Sigieri di Brabante

Sigieri di Brabante

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Storico e filosofo, intende approfondire contenuti culturali raccogliendo anche suggestioni dai followers.

25/04/2026

Aristotele, 2400 anni fa, ci ha regalato delle straordinarie riflessioni sullo spazio e sul tempo, ancora oggi attuali

22/07/2025

MARIA MADDALENA, la SANTA SCOMODA che la CHIESA ha TRAVISATO per SECOLI

Maria Maddalena non era una pr******ta. Non lo era nel Vangelo, non lo era nella realtà storica, eppure per quasi duemila anni questa donna è stata ridotta a simbolo di peccato e redenzione, come se la sua esistenza non potesse avere altro significato se non quello di essere "perdonata". È stata una costruzione deliberata, e insieme un tragico fraintendimento. Un errore, se così vogliamo chiamarlo, che affonda le radici nel potere della parola ecclesiastica e nella volontà storica di domare ciò che era vivo, autonomo, irriducibile.
Fu papa Gregorio Magno, nel 591, a identificare Maria Maddalena con la "donna peccatrice" del Vangelo di Luca. Una fusione arbitraria tra più figure femminili, utile a piegare la forza scandalosa del personaggio evangelico a una narrazione più compatibile con i codici morali e patriarcali del tempo. Una donna libera, affrancata, spiritualmente prossima a Gesù come pochissimi altri, diventava così un archetipo del pentimento. Non più discepola ma redenta. Non più testimone della resurrezione ma corpo da purificare.
La memoria collettiva ha poi fatto il resto. L'immaginario cristiano-occidentale ha finito per digerire questa figura secondo l’interpretazione dominante, e persino l’arte e il cinema l’hanno rafforzata. Pensiamo al film di Zeffirelli, “Gesù di Nazareth”, dove Maria Maddalena appare come cortigiana redenta, trasformata in discepola per un atto di misericordia. Una narrazione potente, ma falsa. Solo in tempi recentissimi la Chiesa ha fatto marcia indietro. Nel 2016, papa Francesco le ha restituito piena dignità, istituendo per lei una festa liturgica pari a quella degli apostoli. Un atto importante, ma tardivo e per molti versi insufficiente.
Maria Maddalena è una figura scomoda perché ci parla di un'altra possibilità storica, di un cristianesimo diverso, nel quale le donne non erano soltanto ancelle del maschile, ma soggetti attivi, protagoniste e interpreti di un’esperienza spirituale non mediata dal potere clericale. Una presenza viva e palpitante nei Vangeli, presente sotto la croce quando tutti fuggono e al sepolcro quando la storia sembra finita. È lei la prima a vedere il Risorto e la prima ad annunciarlo. Apostola degli apostoli, l'ha chiamata il grande Tommaso d'Aquino, ma nonostante questo, è stata rimossa, oscurata, confusa con altre e silenziata.
Il suo caso non è però un’eccezione. È parte di una lunga serie di distorsioni, omissioni e manipolazioni. Basti pensare alla condanna di Galileo Galilei, simbolo di un pensiero libero schiacciato sotto l'inflessibilità dogmatica. Oppure al lungo silenzio della Chiesa di fronte allo sterminio degli ebrei, con una posizione ambigua e complice durante la Shoah. Errori che solo dopo decenni, o secoli, sono stati riconosciuti.
Maria Maddalena è dunque anche un monito. Ci ricorda che la verità può essere tradita, che la storia può essere riscritta da chi detiene la parola, che le figure più luminose possono essere spente se fanno troppa luce. Ma ci dice anche che nulla resta sepolto per sempre. La storia, quando è onesta, ha il compito di rimettere ordine, di restituire voce a chi è stato zittito, di rianimare ciò che è stato sepolto per convenienza.

20/07/2025

QUATTRO SOLDI DI FIDUCIA
di Andrea Marinelli

Hanno rubato cento euro a una coppia di pensionati recanatesi, ieri pomeriggio, davanti a un supermercato a Porto Recanati. Ma, a ben vedere, il danno più grave non è economico, ma morale. È stata tradita infatti la gentilezza, quella disposizione d’animo che si nutre di fiducia, di civiltà, di senso umano delle relazioni. A essere colpita è stata la parte più preziosa e fragile della nostra convivenza.
La vicenda è semplice, quasi banale, come tutte le storie che si ripetono con varianti minime in tante altre città italiane. Un uomo ben vestito, dai modi affabili, si è avvicinato ai due coniugi fingendosi un ex collega dell’uomo. Ha raccontato con voce calda una vita difficile, segnata dalla perdita della moglie e da un nuovo inizio nel mondo dell’imprenditoria. Con tono confidenziale ha costruito un clima di familiarità, ha offerto un piccolo dono e poi ha chiesto un contributo per la benzina. Infine, con un gesto rapido, ha sottratto il portafoglio ed è fuggito, lasciando i due anziani smarriti e amareggiati.
Ciò che colpisce non è soltanto il furto. È il fatto che le vittime, almeno inizialmente, abbiano avuto vergogna di raccontare quanto accaduto al figlio. Questo senso di colpa, ingiusto e lacerante, rivela un problema ben più profondo del semplice raggiro. Siamo arrivati a considerare la fiducia come un errore, la gentilezza come una debolezza, la disponibilità come un rischio.
La nostra comunità recanatese ha fatto della cultura e dell’educazione il suo orgoglio, ma credo sia il momento di fermarsi a riflettere, perché dietro questo episodio si nasconde una crisi più ampia che riguarda il modo in cui oggi costruiamo, o forse sarebbe meglio dire non costruiamo più, le nostre relazioni. Un tempo la parola dell’altro aveva un peso, l’incontro era carico di possibilità e la fragilità non era vista come un’occasione da sfruttare, ma come un punto da cui partire per sostenersi a vicenda.
Oggi invece prevale la diffidenza. La solitudine ha preso il posto della solidarietà e i legami si sono indeboliti sotto il peso di anni di individualismo e frammentazione. È in questo vuoto che si inseriscono i truffatori, abilissimi nel manipolare emozioni, ricordi, tratti familiari. Sanno che nessuno, o quasi, è più abituato a verificare ciò che prova. Non si tratta solo di aumentare la sorveglianza o punire i colpevoli, ma di ricostruire un tessuto sociale capace di prevenire, di educare, di proteggere.
Non possiamo arrenderci all’idea che chi offre un sorriso debba essere per forza sospetto, né possiamo accettare che ogni gesto disinteressato nasconda un secondo fine. Dobbiamo ridare valore alla parola fiducia e possiamo farlo solo se torniamo a prenderci cura del senso di comunità. Occorre creare spazi dove i più anziani non siano lasciati soli. Spazi dove ci si parli senza fretta e dove l’esperienza non sia derubricata a fragilità ma riconosciuta come risorsa.
Mi fa male pensare che un uomo che, come me, ha passato la vita tra i banchi di scuola, educando generazioni al rispetto e alla conoscenza, venga umiliato da una messa in scena costruita per ingannarlo proprio attraverso ciò che più lo definisce, l’apertura verso l’altro, ma ancor più mi addolora sapere che si sia sentito in colpa per aver creduto.
Vorrei vivere in un paese dove la gentilezza non sia un lusso per ingenui ma una pratica quotidiana. Una società in cui la solidarietà non sia solo una parola da usare nei comizi o nelle campagne elettorali, ma un principio incarnato nelle scelte, nelle istituzioni, nei piccoli gesti. Perché quando una comunità inizia a temere ciò che la rende umana, quando si vergogna della propria fiducia, allora sì, qualcosa di essenziale è stato sottratto, molto più di cento euro e recuperarlo sarà compito di tutti noi.

09/07/2025

Il RISO ABBONDA in BOCCA agli STOLTI oppure NO? - Cosa ne pensa BERGSON?

“Risus abundat in ore stultorum”. Ridere troppo o in modo superficiale sarebbe segno di ignoranza o leggerezza. Il venerabile Jorge ne "Il nome della Rosa" addirittura arriverà a definire il ridere come animalesco perché deformerebbe il viso dell'uomo e lo renderebbe simile a quello delle scimmie. In altre parole, ridere sembrerebbe qualcosa di frivolo, persino un difetto di chi non prende sul serio la realtà o di chi non avrebbe l'intelligenza per farlo.
Henri Bergson, però, ci offre un punto di vista molto diverso e più profondo nel suo Saggio sul Riso, che ho appena finito di rileggere. Secondo lui, il riso non è affatto segno di stoltezza, ma uno strumento sociale fondamentale. Rudere significa riconoscere ciò che nella vita diventa rigido, meccanico e innaturale. E' un modo per correggere, smascherare e riportare al giusto equilibrio ciò che si è irrigidito. Il riso ha dunque una funzione critica e liberatoria, capace di rompere schemi fissi e risvegliare la vita.
In questo senso, Bergson rovescia la vecchia idea del riso come segno di stupidità. Ridere è, al contrario, un segno di intelligenza e di partecipazione sociale. Il riso nasce dalla capacità di vedere le contraddizioni e di non accettare passivamente ciò che appare immutabile.
Nel mondo di oggi, dove la comunicazione è spesso standardizzata e le persone si comportano come automi, soprattutto sui social e davanti ad una tastiera, Bergson ci ricorda che ridere è un atto di ribellione contro la rigidità. Pensiamo alla satira che smaschera i politici e tutte le persone di potere o ai meme che prendono in giro mode e stereotipi: sono esempi di come il riso sia ancora uno strumento per mantenere viva la nostra libertà.
Naturalmente, come avverte anche Bergson, il riso deve essere usato con rispetto, perché può facilmente diventare derisione crudele o esclusione. Ma lasciarlo solo come segno di stoltezza, come vuole il vecchio detto, significa perdere una delle armi più potenti che abbiamo per affrontare la complessità e le contraddizioni della vita.
Quindi, forse è ora di ribaltare la frase. Il riso non abbonda sul viso degli stolti, ma su quello di chi ha il coraggio di guardare oltre le apparenze e di sfidare ciò che è rigido e morto. Ridere, allora, diventa un gesto di intelligenza, libertà e vitalità.

Abitare e coabitare. Un nuovo paradigma che guarda al bene comune e al vero significato della dimora - Realmente - Riflessioni sul mondo reale 08/07/2025

L'importanza della dimora. Un mio articolo pubblicato su Realmente.info

Abitare e coabitare. Un nuovo paradigma che guarda al bene comune e al vero significato della dimora - Realmente - Riflessioni sul mondo reale Oggi parlare di “dimora” significa andare oltre il semplice concetto di avere una casa. In un mondo sempre più veloce e incerto, spesso ci sentiamo spaesati, anche quando abbiamo un tetto sopra la testa. Ci manca quel senso profondo di “essere a casa” nel mondo, di sentirci parte di qualcos...

08/07/2025

ORWELL e la sua "ANIMAL FARM" - IERI sera ERANO di SCENA i MAIALI

Ieri sera, durante una cena alla Casa Bianca che sembrava più una scena da commedia dell’assurdo che un evento diplomatico, Benjamin Netanyahu ha consegnato a Donald Trump una lettera con cui lo candida al Premio Nobel per la Pace.
Ammetto di aver sorriso. Non per cinismo, ma per stanchezza. Sono stanco davanti a questi conflitti senza fine, ai bambini che muoiono a Gaza e alla profonda ingiustizia che sembra pervadere ogni angolo del reale.
Mi è subito tornata in mente una frase di Orwell, che più che un autore, a volte sembra un profeta:
"Il linguaggio politico è progettato per far sembrare vere le menzogne, rispettabile l’omicidio e dare un’apparenza di solidità al puro vento."
Ecco, mi pare che siamo esattamente lì. Solo che il vento stavolta è incartato, firmato, con timbro Nobel. Trump, l’uomo dei muri, degli accordi stracciati, dei tweet con la miccia, candidato al simbolo universale della pace.
E non da un passante qualunque, ma da Netanyahu. Uno che ha fatto della pace un concetto da tenere sotto chiave, ben distante dai confini e dalla memoria.
Io che ancora mi ostino a credere che le parole abbiano un senso, guardo questa scena con una miscela di ironia, incredulità e una punta di malinconia. Perché quando il grottesco prende il posto della logica, non resta che alzare le spalle e chiedersi se Orwell ci avesse già messi in guardia anche su questo.
Del resto, se la guerra è pace, forse anche la pace è diventata solo una categoria dello spettacolo.

08/07/2025

KIERKEGAARD e l’AMORE: oltre la PASSIONE
di Andrea Marinelli.

In un tempo come il nostro, dove i legami affettivi sembrano spesso fragili, intermittenti, dominati dalla logica del consumo emotivo e della novità continua, il pensiero di Søren Kierkegaard sull’amore ci interpella con una lucidità sorprendente. Non perché ci offra risposte comode o sentimentalismi di consolazione, ma perché ci costringe a una scelta tra un amore che cerca sé stesso, e un amore che cerca l’altro.
Nel "Diario di un seduttore", cuore pulsante dello stadio estetico dell’esistenza, Kierkegaard mette in scena Johannes, l’uomo che ama l’amore solo finché arde di passione, di desiderio, di tensione emotiva. L’amore estetico sopravvive solo finché la passione è forte. Appena la fiamma si affievolisce, il fascino si spegne e subentra la noia, tutto si dissolve. È un amore che si alimenta di novità, non di profondità. È l’incanto della prima volta, non il lavoro del giorno dopo.
E in effetti, in questo stadio, l’altro non è mai pienamente riconosciuto come soggetto, ma come specchio della propria eccitazione esistenziale. Johannes non ama Cordelia, ama la propria immagine riflessa nella conquista. È un amore narcisistico, elegante, ma senza radici.
Nel nostro presente, questa estetica dell’amore la riconosciamo nei rapporti “liquidi”, nei match che durano un giorno, nelle relazioni che si interrompono quando si fanno troppo seri o troppo stabili. È l’amore che si rifugia nell’eccezione, nel brivido, nella forma più che nella sostanza.
Ma Kierkegaard non si ferma lì. Anzi, per lui lo stadio estetico è una fase necessaria, che però conduce inevitabilmente alla disperazione, perché l’anima umana, in fondo, desidera una verità più grande del semplice piacere.
Ed è così che si apre la possibilità del passaggio allo stadio etico. Qui l’amore assume un volto nuovo. non è infatti più solo passione, ma progetto. L’amore etico resiste agli alti e bassi del sentimento perché non si fonda più sull’emozione del momento, ma sulla scelta consapevole di restare. È l’amore come fedeltà, come responsabilità reciproca, come compito. Non perché escluda il desiderio, ma perché lo integra in una visione più ampia della vita insieme.
Come scrive Kierkegaard ne "Le opere dell’amore", amare veramente significa volere il bene dell’altro come dovere eterno. L’amore etico non crolla quando la passione cala, perché è sostenuto da qualcosa di più forte: un progetto condiviso, una promessa, una volontà.
Nel mondo di oggi, dove l’amore spesso si misura in emozioni e non in impegno, Kierkegaard ci provoca. Ci chiede se vogliamo un amore che brucia in fretta, o uno che costruisca. Se vogliamo inseguire la passione come fine, o includerla in un cammino più grande, che possa resistere anche al silenzio, alla fatica, al tempo.
In definitiva, Kierkegaard ci invita a una scelta esistenziale. Perché l’amore, come ogni cosa vera, non si trova, ma si sceglie. E si sceglie ogni giorno.

La fioritura della Rosa canina, uno spettacolo che sfida i millenni - Realmente - Riflessioni sul mondo reale 17/06/2025

La fioritura della Rosa canina, uno spettacolo che sfida i millenni - Realmente - Riflessioni sul mondo reale Nei mesi di maggio e giugno i Sibillini si colorano di bianco e varie tonalità di rosa per la fioritura di un cespuglio caratteristico che cresce un pò ovunque tra la radura e ai margini del bosco. Si tratta della rosa canina, una varietà di rosa selvatica, associata al più celebre omonimo arbus...

05/06/2025

Con Storia - Ho appena ottenuto un riconoscimento come fan più attivo/a! 🎉

Totò "Il 24 Maggio" #cult 05/06/2025

Straordinario Totò

Totò "Il 24 Maggio" #cult "Ci parli del 24 Maggio"...Totò mitico dal film "La Cambiale"Abbonati a questo canale per accedere ai vantaggi:https://www.youtube.com/channel/UCwnxaCYviHBdM...

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