Ecce Thurifer

Ricca e attenta selezione delle migliori resine provenienti da tutto il mondo. Disponibili in misure

27/10/2020

"Venite al tempio sacro delle vergini
dove è più grato il bosco e sulle are
fuma l'incenso.
Qui fresca l'acqua mormora tra i rami
dei meli: il luogo è all'ombra di roseti,
dallo stormire delle foglie scende
profonda quiete.
Qui il prato ove meriggiano i cavalli
è tutto fiori della Primavera,
e gli aneti vi odorano soavi.
E qui con impeto, dominatrice,
versa Afrodite nelle tazze d'oro
chiaro vino celeste
e insieme gioia".

17/01/2019

E' ARRIVATO IL COPALE NERO!

Presso le popolazioni indigene americane quest'albero è chiamato "palquahuitl", da cui deriva la nostra denominazione. Coltivato oggi anche in Africa, India e Madagascar, quello autentico, utilizzato dai popoli precolombiani, si ottiene invece da una pianta che cresce nell'America Centro-meridionale.

La resina più pregiata era quella segreta dagli alberi colpiti da un fulmine: ciò significava che il dio dei fulmini intendeva donare la propria forza agli uomini. La sua sacralità, una volta posta sull'altare, è tale che può essere toccata solo con specifici utensili in legno; le fumigazioni vengono praticate anche a supporto di cerimonie iniziatiche o divinatorie.

Esistono tre diversi tipi di copale, tutte con grandi poteri curativi: il giallo/oro, il bianco e il nero (il più pregiato e raro dei tre). Il nero, detto anche "copale della notte", racchiude in sè le energie occulte delle tenebre, con un intenso aroma balsamico, grave e misterioso. Mette in contatto con i recessi più nascosti e oscuri dell'anima, aiutando a riconoscere le contraddizione insite in ciascuno di noi.


(Susanne Fischer-Rizzi, Incensi e Profumi)

11/06/2018

"Chi è colei che sale dal deserto,
simile a colonne di fumo,
profumata di mirra e d’incenso?
I tuoi germogli sono un giardino di melagrani
e d’alberi di frutti deliziosi,
di piante di cipro e di nardo;
di nardo e di croco, di canna odorosa e di cinnamomo,
e di ogni albero da incenso;di mirra e d’aloe"

Timeline photos 01/06/2018

"Quando di un antico passato non sussiste niente, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore restano ancora a lungo come anime a ricordare, ad attendere, a sperare sulla rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi, sulla loro gocciolina quasi impalpabile l'immenso edificio del ricordo".

30/05/2018

"Nella farmacopea tradizionale araba e indiana al franchincenso viene attribuito un valore antisettico, antinfiammatorio e repellente per gli insetti, che studi medici recenti vano confermando. L'azione antisettica è legata alla natura stessa delle resine, prodotte dalle piante per proteggere le ferite dall'attacco di batteri, funghi e parassiti vari; l'azione antinfiammatoria pare si possa invece attribuire alla presenza, nell'incenso, dei caratteristici acidi boswellici, capaci di inibire nell'organismo la produzione di sostanze infiammatorie, nonchè di limitare fortemente le osteoartriti.

Nella medicina ayurvedica indiana, inoltre, all'incenso della specie locale Boswellia serrata, vengono attribuiti oltre alle proprietà già menzionate, anche quella di blando antidepressivo e, soprattutto, quelle di potente normalizzatore del ciclo mestruale e di sostanza fortificante il sistema ormonale femminile. Anche tale tradizione trova conferma nella moderna analisi biochimica.

Studi recenti confermano il ruolo psicotropo dei fumi d'incenso: l'acetato di incensolo presente nella resina, infatti, mostra un'evidente azione analgesica, antidepressiva, ansiolitica ed euforizzante che, secondo gli autori dello studio, potrebbe aver influito sull'utilizzo religioso della sostanza.."

29/05/2018

"Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore, davanti alla bellezza, e turarsi gli occhi davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poichè il profumo era fratello del respiro. Con esso penetrava negli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore, e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l'amore dall'odio. Colui che dominava gli odori dominava i cuori degli uomini."


Roma, Museo Nazionale Romano, villa della Farnesina: donna che travasa un profumo, I secolo e.v.

10/11/2017

Abete Rosso, sin dalla notte dei tempi.

Il recente ritrovamento di una sepoltura di un cacciatore mesolitico del 7300 a.e.v. a Mondeval (Dolomiti) rialza notevolmente la datazione delle prime forme di manipolazione di resine da parte dell'umanità, poichè infatti questo singolare reperto consiste proprio in due blocchetti semisferici di color nerastro costituiti da una resina quasi pura di pino silvestre ed abete rosso, parzialmente impastata con propoli.

08/11/2017

E' ora disponibile anche l'Elemi, direttamente dalle Filippine! E' un aroma che si discosta totalmente da quelli più classici della famiglia delle Boswellia o dei Benzoini. E' un qualcosa di tropicale e nel contempo fresco, con leggere sottonote agrumate, fragranza marcatamente solare utile soprattutto per riequilibrare l'umore.

17/10/2017

Le prime soddisfazioni, quelle belle belle. Grazie a voi!

27/09/2017

DISPONIBILE RESINA DI ABETE ROSSO!

27/09/2017

"Feci un'offerta sulla vetta della Montagna:
vi posi sette incensieri e sette ancora,
nelle coppette sparsi mirto, cedro e canna dolce.
Gli Dèi sentirono quel profumo,
gli Dèi sentirono quel profumo delizioso,
e accorsero attorno all'immolatore come mosche al miele"

[Epopea di Gilgamesh, 1200 a.e.v]

14/09/2017

Festa del Ticino 2017, Pavia.

24/08/2017

DEL GALBANO

Il galbano, o panace (in latino "galbànum", dal greco "khalbàne", ebraico "helb-e-nàh", accadico "baluhhu") è un oleoresina prodotta dalla Ferula galbaniflua (come attesta Isidoro, Etym. XVII 9, 95) , che fa parte della famiglia delle Apiaceae, diffuse allo stato selvatico in Iran e in Libano. Sgorga dalle fenditure che si aprono spontaneamente negli steli delle piante mature, oppure estratta tramite incisione dallo stesso cespuglio spinoso. In commercio si trovano due varietà di oleoresina: l'una, levantina, di consistenza molle e colore giallastro o bruno olivastro, è apprezzata soprattutto per il suo profumo e trova perlopiù impiego nell'industria profumiera; l'altra, più dura, è la varietà iraniana nota per le sue grandi proprietà curative. Diluita negli unguenta ed anche bruciata per le fumigazioni, spesso inoltre mescolata con il sacopenum (Ferula persica), perlopiù raccolta in forma di grani bruno-verdi appiccicosi. Nello stato grezzo-liquido, viscoso, possiede un profumo legnoso-verde di muschio e di bosco, estremamente complesso, con un delicato sottotono balsamico. Virgilio (Georg. III 414) ribadisce che proprio con il fumo di galbano si possono scacciare i chelidri nocivi.

Definita da Teofrasto "panacea" o "sanatutto" (Plinio, XXII 126) trovata impiego soprattutto come calmante nei casi di grave tensione nervosa, ansioni o confusionali oltre che, in particolare, nel trattamento della claustrofobia. era anticamente conosciuta anche come stagonitis poichè cadeva goccia a goccia ed era adulterato appunto come gomma proveniente da altre ferule persiane (rubricaulis e ceratophylla) dall'odore forte ed aromatico. In questo legno di ferula era anche costituito il celebre tirso, ossia il bastone nodoso che rappresentante Dioniso recato dalle Menadi (Isidoro, Etym. XVII 9, 29). Nelle antiche civiltà veniva usato appunto come incenso e in Egitto fu impiegato anche per l'imbalsamazione; è ricordato inoltre nell'unguento della città di Mende (perciò viene detto anche "mendesiano"), non per caso uno dei profumi più pregiati dell'Età Faraonica. Tra le più pregiate era anche in Mesopotamia e, presso gli Ebrei, uno degli ingredienti della miscela del Tempio, tanto da essere citato più volte anche nel loro testo sacro; probabilmente il popolo ebraico ne conobbe l'impiego durante il dominio babilonese.

-Ierobotanica, Mario Giannitrapani
-Incensi e Profumi, Susanne Fischer-Rizzi

22/08/2017

DEL LABDANO (O LADANO)
Succo gommo - resinoso che trasuda dalle foglie del Cistus creticus o cypricus, di Grecia o Turchia e che si trova in masse o bastoncelli neri, solidi, ritorti e tenaci; ha un odore acuto di ambra grigia. Il rinascimentale "làudanum" di Paracelso è prodotto da un'altra specie di cisto, il ladaniferum, che produce una massa solida marrone scuro ed esala un profumo tenace che inebria molte coste del Mediterraneo. E' stata una delle prime e più note sostanze aromatiche dell'Antichità: pare che fosse uno degli ingredienti fondamentali del Kyphi, la mistura più sacra agli Egizi. Esportato largamente dai Cretesi, era utilizzato anche dagli Ebrei. Plinio (Nat. Hist. XII, 76) fece notare che a volte questo succo si rapprendeva proprio sulle barbe delle capre poichè rodevano il torso germogliante di questi cespugli, così da rimanerne frammisto insieme agli stessi peli di caprone; alla sera, la resina veniva rimossa dagli animali con l'aiuto di striglie. Quello puro dove infatti avere un profumo assai selvatico, come di deserto. Fu impiegato e bruciato come incenso, per Erodoto, soprattutto dagli Arabi (Hist. III 112, 1); più tardi, nel medioevo, il labdano veniva raccolto facendo passare tra gli arbusti uno specifico strumento dentellato, il ladanisterion, cui erano fissate lunghe strisce di cuoio. Uno dei profumi più complessi, ad ogni fumigazione si scoprono sempre nuove componenti: balsamiche, terrose, fumose, floreali, mentate, fruttate, simili all'ambra, o al muschio di quercia dopo la pioggia, oppure erba appena tagliata.

Secondo alcuni studiosi, invece, per laudano è da intendersi una miscela ottenuta macerando polvere di oppio, zafferano, cannella e chiodi di garofano. Per altri studiosi, poi, il labdano inventato da Paracelso potrebbe essere stato proprio la particolare tintura ricavata dal papavero da oppio

Timeline photos 17/07/2017

I thurari, cioè i mercanti d'incenso (1) ed un loro sodalizio, il Collegium thurariorum et unguentariorum (2) avevano nei pressi di Pompei e del Foro a Roma una strada loro dedicata, ossia il celebre Vicus Thurarius appunto. Varie iscrizioni sepolcrali (3) difatti hanno da tempo comprovato l'esistenza di un'organizzazione di vendita dell'incenso a Roma, da situare tra il 50 a.e.v. ed il 50 e.v, svolta perlopiù da liberti che anche a Puteoli (4) furono noti come thurarii. Erano ben diffusi del resto anche nell'Oriente greco sott il nome di Libanopolai e la vendita dell'incenso era prevista nelle stesse aree templari, come l'Artemision di Efeso nel III sec. a.e.v. dove la discreta presenza di thurarii dimostra l'esteso impiego dell'incenso in forme e quantità variabili, da parte di tutti gli strati sociali, evidenziando così una consuetudine espressa anche in un distico del celebre poeta Ovidio (Epist. ex Pont. IV 8).

1) CIL I 1065, 1210, 1268
2) CIL VI 36819
3) CIL VI 5680, 9932, 9933, 9934
4) CIL X 1962, 6802

-Florario (Alfredo Cattabiani)
-Ierobotanica, un Ecologia Preistorica del Sacro (Mario Giannitrapani)

Timeline photos 09/07/2017

DEL PIOPPO

In Grecia è sacro ad Ercole che, quando scese negli Inferi per liberare Teseo, si costruì una corona di foglie di pioppo bianco (Populus alba) proprio per ripararsi dal calore delle fiamme; le foglie rimaste a contatto della sua pelle rimasero di color bianco-argentee, mentre quelle esterne furono annerite dal fumo. Una volta poi tornato l'eroe nel mondo dei vivi tutte le foglie di quest'albero assunsero quindi lo stesso doppio colore, così alludendo proprio al doppio simbolo della dualità vita/morte. Anche Virgilio menziona "l'erculeo pioppo" (Eneide VIII, 418) e lo stesso Ulisse, nel suo viaggio infero, incontra proprio dei pioppi neri, "aigeroi", nel bosco di Persefone.. un limes, quella soglia botanica che divide appunto i vivi dai morti (Odissea X, 502). Il pioppo è sacro anche a Zeus/Giove, tanto che quando si offrivano sacrifici solo con il legno del pioppo bianco era consentito costituire le pire su cui poggiare le offerte. Il pioppo bianco infatti si trova ed è simbolo dei Campi Elisii (=Campo dell'Arrivo), mentre quello nero si trova ed è simbolo dell'Ade (=Campo dell'Invisibile). A Roma il pioppo era anche sacro al dio traco-frigio Sabazio, i cui fedeli in processione portavano, in occasione della sua festa, proprio alberelli sradicati e rami di pioppo aspersi di acqua lustrale.

Diverse le metamorfosi nell'albero di pioppo subite da vari personaggi del Mito, quali ad esempio le sorelle Eliadi che piangono il giovane fratello Fetonte (Pausania I, I, 4,1; Diod. Sic. V,23; Ovidio, Met. II 19, 41; Virg, Eneide X) così come anche una delle Esperidi, per non aver saputo difendere il Giardino incantato con i celebri Pomi, e la ninfa Leuce mutata in pioppo per volere di Plutone, di lei perdutamente innamorato (Servio, Ad. Aen. VIII, 276; Buc. VII, 61) mentre Plauto, nella commedia Casina, allude all'arcaico uso divinatorio del pioppo nero (Populus nigra). E' caratteristico e particolare di quest'albero infatti il tremolare delle foglie che, secondo alcuni studiosi, proviene dall'Acaia (il cui toponimo significa appunto "luogo dei neri pioppi").

Importanti inoltre le stesse resine, gomme aurate, balsamiche, cariche di essenze; è proprio quest'umore rossastro e vischioso che le api usano per i loro favi nelle arnie; scrisse infatti Isidoro (Etym, XVII 7, 45) che il pioppo secerne un resina particolare. Il nome del pioppo,in indoeuropeo APSA (equivalente al latino populus), per il glottologo Devoto è attestato nelle lingue germaniche, baltiche e slave.

Timeline photos 11/06/2017

La conoscenza di alcune sostanze profumate e la relativa preparazione per la distillazione sono state fatte risalire intorno al 4000 a.e.v, epoca in cui sono, tra gli altri, da ascrivere un celebre apparato distillatorio (nella foto) composto da quattro elementi di terracotta proveniente da Mohendijio Daro, nella Valle dell'Indo, conservato al Museo di Taxila. V'è un altro celebre apparato distillatorio, costituito da due grandi vasi anforoidi a lungo becco dritto, recentemente scoperti in quella che era una vera e propria fabbrica di profumi a Pyrgos, Cipro.

Il recente ritrovamento del singolare reperto 35 di Mondeval de Sora (Dolomiti), identificato nel corredo di una sepoltura di un cacciatore mesolitico del 7300 a.e.v. rialza poi notevolmente la datazione delle prime forme di manipolazione di resine ed essenze da parte dell'uomo, poichè infatti questo singolare reperto consiste proprio in due blocchetti semisferici di color nerastro costituiti da una resina quasi pura di pino silvestre ed abete rosso, parzialmente impastata con propoli (una miscela resinosa elaborata, a partire da gemme e cortecce di alberi, dalle apri grazie alle loro secrezioni digestive, aggiungendo ingredienti extra (cera, polline).

Timeline photos 29/05/2017

SUL MIRTO

L'etimologia rimanda al latino myrthus ed al greco myrtos, di origine anellenica e pre-Indoeuropea con la stessa radice di myron ("profumo" o "essenza profumata"): il suo legno infatti, impiegato in fumigazioni nell'antichità, presenta un color grigio-rossastro chiaro ed a volte violaceo. Secondo Isidoro (Etym. XVII 7, 50) tuttavia il mirto ha preso il nome dal mare, in quanto albero comune sulle coste per cui anche Virgilio allude alle coste fiorenti di mirteti ed ai mirti che amano le coste (Georg. II, 112; IV 124) da cui anche il nome greco μυρινῃ.

In molti antichi cerimoniali e riti sacri, il legno di mirto (Myrtus communis) si bruciava come l'incenso ed il suo profumo, anche delle sole foglie, si percepisce particolarmente fragrante; l'uso sacrale del legno odoroso offerto in fumigazioni è infatti già menzionato nell'Epopea di Gilgamesh fin dal 2600 a.e.v. ed a scopo combustibile presso gli stessi Assiri e Babilonesi. In Grecia la pianta e le sue bacche in particolare sono sacre ad Afrodite ma anche ad Imene (protettrice del matrimonio), alle Grazie ed a Erato (una delle Muse, deputata al canto corale e della poesia amorosa) attestando così uno strettissimo legame con la femminilità; come fece notare Alfredo Cattabiani, avevano la stessa radice del mirto figure come Myrtò (l'amazzone che combattè contro Teseo), Myrìne (la regina delle amazzoni libiche), Myrsìne (una coraggiosa fanciulla attica) e Myrtìla (una grande profetessa del celebre santuario di Dodona). Nelle feste di Eleusi era d'uopo poi cingersi appunto con corone di mirto (Schol. Rane 330) e corone di mirto intrecciate a rose fragranti cingevano il capo degli sposi, assumendo così un significato di letizia (Arist. Rane, 328); il mirto fu molto usato in antichità per produrre corone e decorazioni. Proprio nella tomba di Filippo il Macedone fu ritrovata una delle più raffinate opere di gioielleria dell'antichità, costituita appunto da una corona d'oro composta da rami di mirto, con 112 fiori che risplendono tra le caratteristiche foglie appuntite, con una perfetta resa persino degli stami dei fiori. E' inoltre una pianta sacra a Demetra poichè simboleggiava il prolungamento della vita nel passaggio all'aldilà: al simbolimo infero sono infatti ispirati vari miti, tra cui quello di Dioniso che scese nell'Ade per liberare sua madre Semele (Scol. Arist. Rane 300), quello di Mirtilo ossia il mirto sorto sulla tomba di Elpenore al Circeo (Plinio,Nat. Hist. XV, 118; Teofr. Hist. Plant. V 8, 3) ed il mirto funebre nel mito di Fedra e Ippolito. In quest'ultimo mito, inoltre, il legno era ritenuto essere il preferito per costruire quel simulacro di Afrodite da cui sbocciavano prodigiosamente fiori. così anche una statuetta lignea della Dea comprata a Pafos da Erostrato maturò prodigiosamente dei rami e delle foglioline di mirto, attestando anche in questo caso la misteriosa presenza della divinità (Ateneo IV, 675 A). La valenza funebre del mirto ricorre anche in Virgilio, che unisce l'immagine del mirto insieme al mito di Didone ed alla discesa di Enea nell'Ade; nei sacrifici funebri le tempie sono coronate con questa pianta (Eneide V, 72) e sempre in rami di mirto sono alcune offerte per i defunti (Euripide, El. 512). A Roma era fatto divieto di porre questa pianta, sacra a Venere e simbolo dell'amore sensuale e carnale, sull'altare di Bona Dea. Nei trionfi il mirto simboleggiava anche la Vittoria ottenuta senza spargimento di sangue, come nel caso di Publio Postumio Tiberio (Plinio, Nat. Hist. XV, 125) dopo la vittoria del 505 a.e.v. sui Sabini. E' altresì una pianta dalla valenza purificatoria: è con un ramoscello di mirto che furono purificate le fanciulle dopo il Ratto delle Sabine. Tra le diverse specie di mirto, infine, sia Plinio (XV, 122) che Teofrasto ritenevano che quello più odoroso fosse quello che proveniva dall'Egitto.

Poche dunque sono le piante che hanno avuto un ruolo simbolico come il mirto nell'antichità.

Timeline photos 23/05/2017

SUL CROCO

Il croco (crocus sativus), ossia lo zafferano, deriva dal greco κροκος che significa "filo". Il suo uso rimanda ai tempi più remoti, quantomeno all'Età del Bronzo minoico: a Festo e a Cnosso questo fiore sacro è spesso presente come motivo non solo decorativo-ornamentale. Tuttavia se l'offerta è destinata alla combustione lo zafferano, ossia i tre stimmi rosso arancioni che formano il cuore del fiore di colore viola chiaro, sembra essere più adatto che non l'intero croco vero e proprio. Difatti lo zafferano, termine di origine araba, contiene una parte resinosa che lo rende adatto alla combustione ed alla produzione di un profumo piacevole, meno forte e più delicato di quello sprigionato da incenso, mirra e storace.

Il croco è il fiore che orna l'altare di Apollo Karneios nei riti di Cirene (Call. Inno ad Apollo 77; Teofrasto, HPI VII, 10); Strabone menziona poi l'Antro Coricio sul Parnaso quale luogo di culto alle ninfe Coricie, indicando la personificazione relativa a questi esseri divini nel fiore di croco. Un'interessante specie endemica della Toscana (Crocus etruscus), presente solo in poche località, non era ignota ai Lucumoni etruschi. Diverse fonti antiche (Diosc. de mat. med. I, 26; Plinio, N.H. XII 31, 32, 137 3 e in XIII, 5-10) del resto attestano che questo fiore è stato molto usato nella vita quotidiana dell'antichità, anche per le tinture. All'uso di spruzzare la scena con una soluzione di croco alludono infatti vari autori antichi, tra cui Orazio (Epist. II, 1, 79) e Ovidio (Ars amat. I, 104). Negli Inni Orfici l'unica divinità che riceve questo fiore come offerta è Etere, la potenza del Cielo superiore e più puro che solo gli Dèi respirano e della luminosità del giorno. Tuttavia, sempre negli Inni, divinità come Ecate e Melinoe sono designate appunto dal termine κροκοπεπλος, ossia indossano un "..peplo dal color di croco", alludendo probabilmente ad un giallo scintillante; con quello stesso aggettivo, del resto, è designata anche Eos, ossia l'Aurora (Iliade VIII, 1; XIX 1; XXIII 227; XXIX 695). Anche a Braurone, in Attica, le sacerdotesse fanciulle onoravano Artemide avvolte in un abito color croco, così come un abito dello stesso colore sembra poi fosse in uso nello stesso culto di Bacco e della tonalità croco era inoltre il peplo rituale di Pallade Atena. Anche i puri delle Isole Beate, secondo Pindaro (Olimpiche II, 74) intrecciano ghirlande con diversi fiori tra cui il croco. Lo storico Sallustio ci dice (Macr. Sat. III 13, 6) che i Romani ornavano e profumavano con fiori di zafferano le sale dei banchetti e nell'Età Imperiale persino le statue degli imperatori stillavano essenze di zafferano. La polvere di zafferano, la manna croci, si bruciava inoltre sui roghi funebri (era preferita la specie indigena della Sicilia). L'uso dei fiori freschi è attestato nelle fonti letterarie anche per la composizione di corone e ghirlande, nonchè per la composizione di vari vini aromatici.

La famosa ed estesa coltura dello zafferano a Centuripe in Sicilia si è desunta anche dalla presenza del fiore sulle monete e sulle medaglie di questo antico popolo siculo; i Romani lo importavano infatti da lì, oltre che dalla Licia e dalla Cilicia. Quest'ultimo, in particolare da Corico ("dictum ab oppido Ciliciae qui vocatur Corycium: Isidoro, Etym. XVII 9, 5) sembra il più abbondante e rinomato per la sua qualità; il migliore è quello novello, profumato, leggermente bianco e gradevole ad annusarsi che, appena colto, tinge le mani.

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-Ierobotanica (Mario Giannitrapani)
-Florario (Alfredo Cattabiani)
-Le erbe: medicina naturale, simbolismi, rituali e folclore. Tradizioni dell'oriente e dell'occidente (F. J. Lipp)
-Le piante magiche (A. Castiglioni)

Timeline photos 02/05/2017

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4 EURO (100g)
25 EURO (1kg)

Fino ad esaurimento

Sensing Divinity. Incense, religion and the ancient sensorium / Les sens du rite. Encens et religion dans les sociétés anciennes - 23-24/06/2017, Roma (Italy) | Fasti Congressuum 01/05/2017

Roma, 23-24 Giugno 2017. Ingresso libero.

Esplorando la storia di un mezzo che occupò un ruolo di assoluta preminenza nelle Tradizioni religiose del Mondo Antico: gli incensi.

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According to Margaret E. Kenna in her provocative 2005 article ‘Why does incense smell religious?’, this aromatic substance became a diagnostic feature of Greek orthodoxy during the Byzantine period, but it is clear that incense was also extensively used in the rituals of earlier polytheistic societies to honour the gods. Fragrant smoke drifting up towards the heavens emblematized the communication that was established between the mortal and the immortal realms, which in turn contributed to the sensory landscape of the sanctuary.

Although several studies have drawn attention to the role of incense as an ingredient in ritual and a means of communication between men and gods, there remains no comprehensive examination of the practical functions and cultural semantics of incense in the ancient world, whether as a purifying agent, a performative sign of a transcendent world, an olfactory signal to summon the deity, a placatory libation, or food for the gods. Moreover, recent archaeological research has provided evidence (alongside literary, epigraphic and iconographic evidence) that the physical origins and chemical constituents of incense are complex and diverse, as are their properties: resins, vegetable gums, spices, and a welter of aromatic products that could be exhibited and burned before ancient eyes and noses. These were components of a multi-sensory religious experience in which music, colourful costumes, lavish banquets and tactile encounters defined the ritual sensibilities of the community.
ORGANIZADOR/ORGANIZER/ORGANIZZATORE: Mark Bradley (University of Nottingham); Beatrice Caseau (University of Paris-Sorbonne); Adeline Grand-Clément (University of Toulouse Jean-Jaurès); Anne-Caroline Rendu-Loise (University of Toulouse Jean Jaurès); Alexandre Vincent (University of Poitiers). AC RL

Sensing Divinity. Incense, religion and the ancient sensorium / Les sens du rite. Encens et religion dans les sociétés anciennes - 23-24/06/2017, Roma (Italy) | Fasti Congressuum go to CALL FOR PAPERS This conference will explore the history of a medium that has occupied a pivotal role in Mesopotamian, Greek, Roman and Judeo-Christian re...

Timeline photos 01/05/2017

SUL ROSMARINO

Secondo alcuni studiosi deriva dal latino ros maris, o marinus ros, la rugiada del mare (Ovidio, Met. XII 410) mentre per altri allude direttamente alla rosa maris, ossia il fiore del mare in virtù anche di quel particolarissimo fiorellino azzurro che ricorderebbe proprio il colore dell'acqua marina; per altri ancora deriva da myrinos, ossia l'arboscello profumato.

Da sempre considerata una pianta magica per eccellenza, i Greci, gli Etruschi e i Romani ne bruciavano i rami come materiale combustibile, come offerta agli Dèi ed a scopo purificatorio prima che fosse conosciuto l'incenso. Viene bruciato infatti sugli altari degli Dèi che, secondo Apuleio, sono appunto placati dal suo aroma pungente per divenire benevoli nei confronti degli uomini; non a caso è una pianta solare dedicata a Venere e ad Afrodite.

Da questa pianta, i cui suffumigi son da considerarsi disinfettanti, si sprigiona un fumo acuto, penetrante, intenso ed aromatico che, a detta di Plinio (XXIV, 99), ricordano l'incenso. In tutto l'Impero era poi usata per ornare in forma di piccole corone le statuette e le immagini dei Lari: i Romani lo chiamavano "rosmarino coronario" per l'abitudine di comportne corone per ogni occasione. I singoli rametti di questa sacra pianta, simbolo dell'immortalità dell'anima, venivano posti tra le mani dei defunti (in Egitto anche nei processi di imbalsamazione) ed erano bruciati durante vari riti funebri e religiosi: proprio durante le Parilia, l'antica festa sacra ai pastori ed alla Dea Pales, in occasione del Natale di Roma, bruciato per purificare boschi sacri, greggi e fonti. Lo studioso Lipp non mancò di far notare inoltre che a questa pianta è inoltre attribuito un influsso diretto e speciale sul ricordo e sul potenziamento della memoria. Un'antica usanza voleva infatti che gli studenti ne portassero rametti intrecciati ai capelli prima degli esami, per aumentare le capacità mnemoniche (ragione per cui il rosmarino è associabile anche a Minerva e Mercurio).

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-Ierobotanica (Mario Giannitrapani)
-Florario (Alfredo Cattabiani)
-Le erbe: medicina naturale, simbolismi, rituali e folclore. Tradizioni dell'oriente e dell'occidente (F. J. Lipp)
-Le piante magiche (A. Castiglioni)

Timeline photos 13/04/2017

Plinio (XIII) asserisce che ai tempi della guerra di T***a i profumi inventati dall'uomo ancora non esistevano e l'incenso non si usava ancora nei sacrifici, poichè non si sapeva che bruciare dei rami d'albero indigeno, le cui volute del fumo emanavano un sentore più che un profumo: ciascuno degli odori delle foreste, scrive il naturalista romano, era già meraviglioso di suo.

Nelle sacre cerimonie pertanto si conosceva solo il sentore del fumo più che l'odore che si levava dalle piante del luogo (cedro e thuia) bruciate (XIII 1, 2). Per Filocoro di Atene (328, F 194) invece fu proprio il timo (thymus-θυμος-θυμιαῳ = "ardo come profumo) ad alimentare il fuoco delle offerte sacrificali più arcaiche dei nephàlia, quando ancora non si usavano libagioni di vino, nè legni di vite e di fico. Anche Teofrasto (TR fr. 2) dice che i Greci erano soliti bruciare sostanze odorose prodotte dalle piante indigene. Plutarco asseriva che proprio malve e asfodeli si offrivano sull'altare di Apollo come ricordo del primo nutrimento dell'uomo (Moral. 157 F, 158 A).

L'antica scienza rituale del sacro divenne quindi, successivamente, anche un'arte del distillar profumi e del modo esatto del produrre e bruciare essenze: i suffumigi usati nei riti magici ebbero appunto la funzione di accrescere, innalzare ed eccitare al tono voluto le facoltà psichiche ed operative dell'operante in contatto col divino.

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-Ierobotanica: un Ecologia Preistorica del Sacro. M. Giannitrapani

-Florario. Alfredo Cattabiani

-Naturalis Historia. Plinio il Vecchio

Timeline photos 10/04/2017

Flora, la Mater Florum (per Ovidio equivalente alla Dea greca Clori il cui nome significa "verde"), già nota come una ninfa dei campi felici, è appunto l'antica divinità Italico-romana con piena signoria e dominio sui fiori e sul processo di crescita e fioritura della vegetazione. E' forse proprio sotto il potere di questa divinità che probabilmente dev'essere inclusa buona parte delle molteplici essenze profumate e delle resine, quali frutto appunto dell'attività vegetativa linfatica delle singole piante.

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Flora, (conosciuta anche con il nome di Primavera), affresco da Villa Arianna, presso Stabiae, oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

-Mario Giannitrapani, "Ierobotanica"
-Ovidio, Fasti (V, 183-378)

Timeline photos 06/04/2017

Tuttora assistiamo, troppo spesso, quasi inebetiti o noncuranti, al sistematico scempio della Natura causato dalla grave ed ostinata empietà dell'uomo moderno. Difatti alberi abbattuti e deturpati, quasi ovunque, per motivi assai futili ed economici, dimostrano come il procedere dei nostri contemporanei sia, nella migliore delle ipotesi (soprattutto agli occhi dei nostri antenati), a dir poco SACRILEGO. Ancor più disgustosa la pretestuosa motivazione "politica" che può in certi casi paradossalmente "giustificare" il taglio degli olivi con le motoseghe, come forma di protesta contro quel determinato paese o quella istituzione che ne ha pagato la messa a dimora.. senza poi entrare nel merito dell'idiozia di chi (1) appunto taglia un albero di ulivo (o brucia delle palme, 2) perchè invece preferirebbe mettervi l'abete; sono fatti di cronaca verde che si ripetono con una certa frequenza. Nell'assurdità di queste indecenze e di questi crimini contro esseri viventi a tutti gli effetti, molto più importanti della nostra singola vita per il futuro del pianeta, scorgiamo inoltre esservi dietro perfino le stesse istituzioni, come nel caso di alcuni pini secolari abbattuti a Roma per facilitare degli scavi (o l'attuale estirpazione degli ulivi nel Salento per fare spazio ad un gasdotto, 3)

Un tempo abbattere un albero non era cosa di poco conto: implicava severe leggi rituali di espiazione, violazioni che si sarebbero inevitabilmente pagate probabilmente con la vita di qualche altro essere vivente, poichè i Numi che abitavano gli alberi erano tra i più temuti e venerati. Non è un caso che diverse catastrofi naturali dei nostri giorni abbiano, alla causa prima, proprio un indistinto ed indiscriminato abbattimento di alberi, nonchè la deturpazione e la profanazione di luoghi carichi di "mana", ossia pregni di un particolare significato spirituale, quali ad esempio alcuni tipi di boschi, di laghi e di montagne.

Il senso di questo libro è proprio quindi quello di ridare significato profondo, solenne e religioso a ciò che per troppo tempo è stato visto e vissuto dall'ingordo (e stupido, ndc) uomo moderno come un qualcosa di inanimato, decorativo e "vegetale" appunto (nel senso triste con cui si usa ancora oggi quest'aggettivo); difatti nulla di più assurdo del rimaner convinti che alberi e piante non siano in fondo degli esseri viventi allo stesso rango, livello e diritto dell'uomo. La pluralità di sacerdozi che nel Mondo Antico erano appunto legati a determinati culti arborei ci induce ancor oggi a riflettere, assai profondamente, sullo stato pietoso (necessitante di romana o comunque antica "pietas", ndc) in cui versa la psiche malata dell'uomo moderno e contemporaneo.

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Le note tra parentesi e i fatti di cronaca a seguire (puramente esemplificativi, troppi se ne potrebbero fare) sono un'aggiunta mia. Il resto è tratto dall'introduzione al testo di M. Giannitrapani.

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