Acconciature Gianni Aiello
Barba & Capelli °x°
24/12/2025
05/11/2025
I Barbieri di Sicilia
La bottega come mondo, rito e scena
In Sicilia, il barbiere non è mai stato soltanto un artigiano. È stato confidente, consigliere, medico quando serviva, musicante alle feste e custode di storie.
Un uomo che, sapeva come leggere gli altri.
Già in epoca romana, i barbieri siciliani erano ambiti nelle case dei patrizi: sapevano tagliare i capelli, modellare la barba, massaggiare il viso con olio d’oliva e profumi d’arancio.
La tradizione della rasatura obbligatoria nella magna grecia era antica, raccontano le fonti che si diffonde in Sicilia con l’eco dell’ordine di Alessandro Magno, che impose ai soldati di radersi per impedire al nemico di afferrarli per la barba in battaglia. Così il barbiere diventò mestiere necessario, quasi istituzione.
La bottega del barbiere divenne nel tempo una piccola piazza coperta, una agorà domestica, dove gli uomini discutevano di politica paesana, raccolti, matrimoni e votazioni.
Per questo, da sempre si dice:
«Si ti piaci sparlari, vattinni ni lu varveri.»
Lì la parola era libera, e spesso pungente.
Fino ai primi del Novecento, il barbiere curava tagli e foruncoli, faceva impacchi allo zolfo per la pelle, preparava tisane “pi fari caminari l’arma” e persino praticava piccoli salassi sia con tagli che usando sanghigni (sanguisughe).
Era spesso un uomo non adatto ai lavori pesanti — uno zoppo, un claudicante, uno “che aveva fatto esperienza” — e proprio per questo considerato mite e affidabile: a lui era permesso passare una lama per la gola e toccare la faccia dell’uomo, la cosa più inviolabile.
Durante le feste di paese, molti barbieri imbracciavano il mandolino e cantavano strofe improvvisate, spesso a spese degli stessi clienti. C’era chi rideva e chi, ancora dopo anni, teneva il rancore.
Ma perchè i barbieri sono chiusi di Lunedì ?
Si cunta — e le storie di paese hanno sempre un fondo di verità — che nel 1634, in Toscana, un condannato a morte dovesse essere rasato dal barbiere prima dell’esecuzione, come voleva il rito. Il barbiere, preso da pietà, gli lasciò un piccolo taglio sul collo, appena visibile, ma sufficiente a sospendere l’esecuzione perché il condannato era “impuro di sangue esposto”.
Da allora, si disse che per evitare simili “interferenze”, i barbieri dovessero restare chiusi il lunedì, giorno delle condanne.
Forse è leggenda, forse è mezzo vero — ma la leggenda, in Sicilia, spesso spiega meglio della storia.
E comunque, il lunedì era davvero il giorno del riposo: la domenica, per la messa e per il passeggio, la bottega era presa d’assalto e il barbiere era stanco assai e il Lunedì riposava.
I segreti di bottega era tanti, era tacita usanza tenere dietro il banco, sotto il giornale sportivo aperto “a pagina giusta”, nascosta la piccola biblioteca proibita:
Blitz, Men, Le Ore, Playmen.
Non pornografia — solo un soffio di tentazione.
I ragazzini lo sapevano, e facevano finta di leggere il quotidiano aspettando il loro turno.
Per i bambini, c’era il trono:
‘u cavadduzzu, una poltroncina a forma di cavallo.
Si saliva a cavallo come in battaglia, e mentre il bambino si sentiva eroe, il barbiere tagliava in fretta, prima che arrivassero lacrime e proteste.
Perché i bambini non si convincono: si incantano.
Poi vennero gli anni ’60, le mode lunghe, il mondo nuovo.
Molte botteghe chiusero, molte sparirono.
Eppure, se si passa in un paese dell’entroterra, nelle ore lente del pomeriggio, può capitare ancora di sentire l’odore del dopobarba dolciastro, il cigolio della poltrona e la lama che viene affilata sul cuoio.
Lì, il tempo non è passato.
E la faccia dell’uomo è ancora sacra.
Fonti: Diodoro Siculo, Bibliotheca Historica, libri IV e XIX ; Giuseppe Pitrè, Usi, costumi e credenze del popolo siciliano, 1871–1913 ; Archivio “Museo della Civiltà Contadina” di Buscemi (SR)
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17/06/2020
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