Dottoressa Hilda Mehmeti
Percorso gravidanza, incluso ecografie morfologiche, flussimetria. Adolescenza, menopausa, ecografie
15/09/2026
12/08/2026
NO, NON É TUTTO OK.
Il manifesto pubblicitario di I-phone é la negazione di tutto ciò che la scienza sta cercando di dire al mondo e in particolare ai genitori dei bambini in età prescolare che oggi rappresentano la popolazione che ha maggiore bisogno di essere sensibilizzata nei confronti dei danni prodotti dai devices digitali in età precoce.
A me che da anni cerco di fare prevenzione su questo tema importantissimo - che è diventato una vera e propria emergenza di sanità pubblica - questo billboard appare come una provocazione gigantesca.
In realtà, questa immagine mostra in modo perfetto al mondo il lavoro sottile, costante e davvero patogeno con cui le Big Tech hanno cercato di convincere noi genitori, negli ultimi 15 anni, che i nostri figli non possono immaginare di diventare grandi senza avere in mano un device digitale.
La narrazione degli ultimi 15 anni - molto sostenuta anche da tanti specialisti di età evolutiva - è che il problema non è lo smartphone, ma come lo si usa. Ora gli esperti di marketing di i-Phone cercno di convincere i genitori che il problema non è più nemmeno legato a come lo si usa, perché è arrivato lo smartphone sicuro che non farà mai danni nella vita di un minore, ovvero lo smartphone del loro brand.
Il messaggio implicito che viene comunicato è che un bambino piccolissimo con in mano uno smartphone é cosa buona e giusta.
INVECE NO! É importante ribadirlo. É Importante sottolineare che la Società Italiana di Pediatria ha dato linee guida molto precise in questo senso, invitando tutti i genitori italiani a non consegnare uno smartphone ad uso personale a nessun figlio prima dei 13 anni.
Per questo, il messaggio di questo cartellone pubblicitario non solo racconta una grande bugia, ma contrasta anche con le linee guida di prevenzione proposte dei pediatri
E proprio per questo non dovrebbe essere visibile all'interno della nostra nazione.
Se volete avere evidenze scientifiche e davvero comprendere perché questa pubblicità é ingannevole e pericolosa leggete "Esci da quella stanza" (Mondadori) un libro che fornisce agli adulti conoscenze di ciò che la scienza ha scoperto rispetto al rischio per la salute fisica e mentale in età evolutiva connesso all'uso precoce degli strumenti digitali. Commentate e, se volete e potete, condividete questo messaggio con più genitori ed educatori possibili.
31/05/2026
“La mammografia fa più danni che benefici e va abolita”.
Questo ha stabilito lo Swiss Medical Board, che è l’organismo scientifico indipendente svizzero.
Hanno torto marcio. Ma hanno anche perfettamente ragione.
E vi spiego perché.
Partiamo dalla cosa più importante.
Da 40 anni sentiamo ossessivamente la stessa parola: prevenzione. Prevenzione del tumore al seno .
È la parola a mio avviso più sbagliata che la Medina abbia mai usato.
In italiano Prevenire significa impedire che qualcosa accada.
Quindi se io prevengo un incendio ,ad esempio , l’incendio non deve avvenire . Ma la mammografia non impedisce lo sviluppo di un tumore . Il tumore si sviluppa e noi lo cerchiamo. La parola corretta quindi è sorveglianza non prevenzione. Non è una distinzione semantica , è una distinzione che cambia la psicologia delle donne, cambia le aspettative. E quando la diagnosi purtroppo arriva, cambia il senso di colpa. Ma non sapete quante donne mi hanno detto ‘ ma io facevo la mammografia ogni anno, ma come è possibile che si è sviluppato un tumore ?’
È possibile perché la mammografia sorveglia , non previene.
Allora dove hanno ragione gli svizzeri? Sui numeri freddi dello screening di massa . La mammografia su popolazione generale previene statisticamente circa una morte per tumore ogni mille donne controllate. Non è quindi un numero miracoloso che le donne immaginano.
Ed esiste un problema reale di over diagnosi : tumori trovati e trattati con chirurgia o chemioterapia che forse non avrebbero dato problemi clinici in tutta la vita della paziente. Questi sono dati reali, verificabili e il sistema non ve li racconta . Ma dove sbagliano gli svizzeri ? Sbagliano perché guardano la popolazione e ignorano la persona.
La sorveglianza funziona. I dati italiani lo dimostrano meglio di qualsiasi altro paese. In Italia la sopravvivenza a 5 anni dal tumore al seno è dell’88%. Uno dei risultati più alti al mondo . Negli USA , ad es. è dell’ 83%. Il problema vero quindi non è la mammografia , è chi viene escluso dal sistema.
C’è una categoria intera che nessun programma di screening istituzionale guarda. E sono le donne in seconda e terza decade di vita. Vent’anni, venticinque, trenta , completamente invisibili al sistema. Le pazienti giovani che arrivano nel mio reparto arrivano tutte con lesioni palpabili , già cresciute, già avanzate
E questo non perché la medicina non potesse trovarle prima , ma perché il sistema le considerava troppo giovani per guardare.
Questo è il danno reale. Non la mammografia. Ma il vuoto intorno intorno alla mammografia.
E allora cosa dobbiamo fare?
Per prima cosa smettete di chiamarla prevenzione . È sorveglianza . Questo termine cambia tutta la prospettiva.
Secondo: se avete meno di quarant’anni non aspettate che il sistema vi chiami , perché non vi chiamerà.
Il mio consiglio clinico è : ecografia mammaria annuale dai 25 anni, se avete familiarità , dai 30 se non ce l’avete . Costa poco. Vale la vita.
La Svizzera ha visto il problema giusto ma ha dato a mio avviso la risposta sbagliata . Abolire la sorveglianza non salva nessuno. Migliorarla e personalizzarla le salva tutte.
La mammografia non previene niente , la mammografia trova, ed è già moltissimo se si ha il coraggio di guardare in tempo (…).
Roy de Vita
12/04/2026
Un farmacista di Mirandola con 3 dipendenti ha rifornito gli ospedali di tutto il mondo.
Non è uno slogan. È quello che è successo davvero — e probabilmente non ne hai mai sentito parlare.
Mirandola è un paese in provincia di Modena, 24.000 abitanti, Pianura Padana. Non è Milano, non è Boston, non è Zurigo. È il tipo di posto che non comanda mai la scena.
Eppure nel 1962, in quella pianura, un farmacista di nome Mario Veronesi aprì una piccola officina. Si chiamava Miraset. Aveva 3 dipendenti. Produceva raccordi di plastica per le flebo — roba che allora nessuno fabbricava in serie in Italia.
Quell'intuizione — un raccordo di plastica monouso — era apparentemente banale. In realtà era una leva.
Da Miraset nacque Dasco: il primo rene artificiale prodotto con successo su scala industriale al mondo. Acquistata poi da Sandoz. Da lì Dideco, specializzata in ossigenatori per cardiochirurgia — finita dentro Pfizer. Poi Miramed, poi Baxter, poi Bellco, poi Medica, poi decine di altre aziende. Ognuna uscita dalla precedente come cerchi nell'acqua.
Ogni volta che un paziente va in dialisi in Germania, in Giappone, negli Stati Uniti — c'è una probabilità concreta che il dispositivo che gli purifica il sangue sia stato progettato o prodotto a Mirandola.
Aspetta.
Oggi quella striscia di terra tra Mirandola, Medolla e Novi di Modena è il primo distretto biomedicale d'Europa e il secondo al mondo per produzione di dispositivi monouso per dialisi, cardiochirurgia e rianimazione. Non secondo in Italia — secondo al mondo.
La chiamano la Silicon Valley padana. Ma a differenza di quella californiana, questa non ha mai avuto bisogno di un'identità di marca. Il mondo della medicina la usa ogni giorno, senza sapere dove si trova.
Tutto è partito da un farmacista, un'officina, e 3 persone.
In breve:
Nel 1962 Mario Veronesi apre Miraset a Mirandola con 3 dipendenti e raccordi di plastica per flebo
Da quella singola azienda nascono a catena Dasco (rene artificiale), Dideco (cardiochirurgia/Pfizer), Miramed (Baxter) e decine di altre
Oggi Mirandola è il primo distretto biomedicale d'Europa e il secondo al mondo per dispositivi monouso
04/12/2025
Nel 2008, Katie Hinde si trovava in un laboratorio in California, circondata da centinaia di campioni di latte di macaca rhesus.
Quello che scoprì lasciò tutti senza parole: le mamme producevano latte diverso a seconda che avessero partorito un maschio o una femmina.
Ai figli maschi andava il latte più ricco di grassi e proteine — più energia in ogni goccia.
Alle figlie femmine, invece, più quantità e più calcio.
Il latte non era una formula standard. Era personalizzato.
E ancora più sorprendente: cambiava se il cucciolo si ammalava. Il corpo della madre riceveva il segnale dalla saliva del bambino e in poche ore aumentava i globuli bianchi, gli anticorpi, i fattori immunitari.
Un dialogo. Una conversazione biologica tra due corpi.
Katie Hinde, con una formazione in antropologia e una passione per capire la natura alla radice, ha dedicato la sua carriera a studiare il latte nei primati e poi negli esseri umani.
Ha raccolto centinaia di campioni, misurato ormoni, seguito lo sviluppo dei piccoli. Ha scoperto che:
– Il latte cambia nel corso della giornata (più grasso a metà mattina).
– Cambia durante la poppata (più nutriente alla fine).
– Cambia in base allo stato di salute, età, esperienza e perfino status sociale della madre.
– Contiene oltre 200 tipi di oligosaccaridi che il neonato non può nemmeno digerire, ma che servono a nutrire i batteri buoni nell’intestino.
Non esiste un latte materno uguale a un altro. È unico come un’impronta digitale.
Eppure, fino a pochi anni fa, la scienza ignorava tutto questo. Più studi sull’impotenza maschile che sul latte umano.
Hinde ha cambiato le regole. Ha aperto un blog (Mammals Suck...Milk!) letto da milioni. Ha creato eventi, scritto libri, vinto premi, partecipato a documentari su Netflix.
Oggi lavora a formule per neonati in terapia intensiva e porta avanti una missione:
far capire che il latte materno è cibo, medicina e codice biologico.
Una tecnologia evolutiva perfezionata in 200 milioni di anni.
Molto prima dei dinosauri.
La prossima volta che pensi al latte materno come a "una fonte di calorie", ricordati di questo:
È un linguaggio segreto.
È una risposta su misura.
È il primo dialogo tra madre e figlio.
E può cambiare il destino di una vita, una poppata alla volta.
Condividi se anche tu pensi che questa storia meriti di essere conosciuta.
25/11/2025
LA FAMIGLIA NEL BOSCO: QUANDO POSSIAMO DEFINIRE “SBAGLIATO” IL MODO IN CUI UN GENITORE AMA IL PROPRIO FIGLIO?
Ho decine di messaggi che mi chiedono di esprimere un giudizio sul caso “famiglia nel bosco”. Settimana scorsa ha rifiutato numerose interviste di media nazionali su questo caso. Non mi sono espresso perché non “so esattamente” i contorni di questa specifica vicenda. non so su quali evidenze la “tutela minori” abbia preso la decisione che ha preso.
Di recente, riferendomi al caso di Luca (il bambino che praticamente dalla nascita viveva con la famiglia che lo ha avuto in affido ponte e che poi è stato dato in adozione ad altra famiglia nonostante la famiglia affidataria si fosse dichiarata disponibile ad adottarlo per garantirne la continuità affettiva) ho preso una posizione molto precisa contro la decisione della Giustizia Minorile. L’ho fatto perché di quel caso ho cercato di conoscere tutto, ogni singolo passaggio, ogni elemento. Quindi mi sono espresso a ragion veduta. Cosa che non posso fare con il caso della “famiglia nel bosco”, di cui conosco solo la narrazione resa disponibile al pubblico tramite i media.
Se devo esprimere un parare di massima, indipendentemente dal caso specifico, credo che la cosa che più va garantita ad un minore è la continuità degli affetti. Ma la continuità degli affetti non può prescindere dalla tutela del bene maggiore del minore che si basa anche sulla valutazione di condizioni oggettive. Mi spiego meglio: due genitori potrebbero rifiutarsi di sottoporre il proprio bambino a cure mediche più che necessarie per la sua sopravvivenza. Può lo stato interferire, in questo caso, con la decisione genitoriale? Un genitore potrebbe decidere che il suo bambino deve alimentarsi in modo non funzionale alla sua sopravvivenza per credenze personali che sono però incompatibili con la tutela della salute del bambino (è già capitato). Può lo stato intervenire in tale caso? Si tratta di condizioni in cui un genitore può essere molto competente sul piano affettivo ed essere riconosciuto come “base sicura” dal proprio bambino, che nei suoi confronti perciò sviluppa un attaccamento sano.
Al tempo stesso, però, quel genitore affettivamente competente, potrebbe mettere a repentaglio la salute e il benessere del corpo del bambino oppure togliere al bambino dei diritti che gli appartengono (il diritto all’istruzione, il diritto alla socialità, il diritto alla salute). Quando sei bambino puoi sentirti amato e amare un genitore che non tutela tutti i tuoi diritti, ma che ti vuole bene a modo suo, seguendo la sua cultura e i suoi principi che non necessariamente possono essere tutelanti il bene maggiore del bambino. Credo che in questi casi, chi tutela la salute dei bambini deve – nella continuità affettiva - garantire al bambino il ripristino delle condizioni oggettive che ne tutelano i diritti senza eventualmente interrompere la continuità affettiva.
Nel caso specifico della “famiglia nel bosco”, forse l’opinione pubblica sarebbe stata meno “divisa” se questa famiglia fosse stata tenuta unita e spostata in un luogo in grado di proteggere e garantire le condizioni di vita ottimali dei bambini. Dare una casa a questa famiglia, riscaldata e pulita, senza separarla, probabilmente non avrebbe generato il clamore che oggi accompagna la narrazione pubblica intorno a questo caso. in questo momento la famiglia non vive nel bosco, ma in un luogo protetto. Viene osservata da personale con competenze psicoeducative. I bambini nel frattempo convivono con la madre e non con il padre. il fatto che il padre sia “altrove” e non con i suoi figli è la cosa che ci turba. Perché è accaduto? Non lo sappiamo.
Questo caso è finito oggi nel frullatore della polarizzazione ideologica che la politica, i media, la gente comune alimentano di continuo quando c’è qualcosa che turba profondamente le nostre credenze più profonde. Può un genitore che ama molto, amare in modo pericoloso, tanto da rendere il suo amore un rischio oggettivo per il benessere del minore? La questione che ci turba è tutta qui. Abbiamo imparato nell’amore tra adulti, a parlare di “amore tossico” ed oggi ne comprendiamo il senso. Possiamo applicare lo stesso termine anche nella relazione tra un genitore e un figlio? Quali sono le condizioni che rendono possibile il ricorso a questa definizione nel caso in cui sia coinvolta la relazione genitore-figlio e non la relazione amorosa tra due adulti? E’ molto difficile definirle. Perché un genitore su un figlio ha la piena e autonoma responsabilità della crescita.
Un ceffone tra partner amorosi oggi può essere denunciato alla giustizia. Ma quasi nessuno denuncia un ceffone dato ad un figlio, perché un figlio lo “incorpora” nella regola che quel ceffone appartiene di diritto alla scelta educativa del genitore che ti cresce. E quindi non denuncerà mail la violenza che subisce per autodeterminazione educativa del genitore che lo cresce. Di fronte a bambini picchiati a scopo correttivo, lo stato può intervenire e proteggere, allontanando il minore dall’adulto maltrattante. Lo fa anche quando l’adulto è trascurante. In letteratura internazionale si chiama “child neglect”. Esiste il “neglect” affettivo/emotivo, così come esiste il “neglect” delle cure concrete.
Noi psicoterapeuti a volte lavoriamo con adulti che sono stati cresciuti, quando erano figli in modo davvero violento e disfunzionale, oppure trascurati sul piano fisico o emotivo. Da bambini, quei figli non si sono accorti del “mal-amore” di cui erano oggetto. Da grandi hanno compreso che qualcuno avrebbe dovuto metterli in salvo, ma non è accaduto. Perciò, si trovano a dover curare ferite e cicatrici di cui nessuno si è preso cura. Da fuori spesso sembravano figli di famiglie perfette. Dentro, quelle famiglie erano invece altamente imperfette.
Il dibattito pubblico oggi è proprio legato a queste domande: quella famiglia vista da fuori per molti è meravigliosa, per altri trascurante. Quella famiglia vista da fuori per molti è competente, per altri gravemente trascurante. Dove sta la verità? Chi siamo noi per poterlo decidere leggendo la notizia su un giornale? Io non ne sono in grado. Ma forse ho compreso perché questo caso ci sta turbando così tanto.
Se pensi che questo scritto aiuti a rendere il dibattito su questo caso, meno diviso e più composto, condividilo con altri genitori ed educatori in dialogo su questo tema.
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