Centro Massaggi Thai Thai

Centro Massaggi  Thai Thai

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13/08/2026

Mi chiamo Carlo, ho settantadue anni e vivo da pochi anni a Koh Phangan. Quando lo dico agli italiani che incontro qui, quasi sempre fanno quella faccia a metà tra l'invidia e il sospetto. «Beato te.» No. Beato chi? Io non mi sento beato. Mi sento semplicemente arrivato, in un posto dove nessuno mi chiede che lavoro faccio, quanto prendo di pensione, perché non ho figli, perché sono vedovo, perché non torno in Italia, perché mangio da solo, perché non ho comprato una casa.

Vivo in una specie di bungalow in affitto, a qualche minuto dal mare. È una costruzione piccola, niente di speciale. Una stanza, un bagno, una cucina che chiamo cucina per buona educazione, un terrazzino con una sedia di plastica che ha già visto più vite della mia. Sul tetto, quando piove forte, sembra che qualcuno rovesci un camion di bulloni. Ma io ci sto bene.

La mattina mi sveglio presto, anche se non devo più andare da nessuna parte. Questa è una delle stranezze della pensione: passi quarant'anni a desiderare di non avere una sveglia e poi, quando finalmente nessuno ti obbliga ad alzarti, il tuo corpo decide che le sei e venti sono un'ottima ora per iniziare a rompere i co****ni. Apro la porta. L'aria è già calda. Il mare è lì. E ogni mattina, ancora oggi, per qualche secondo mi domando come sia possibile che io sia finito qui.

Perché io, a dire il vero, sono sempre stato un uomo da Roma. Roma, i suoi autobus, i bar, i colleghi, i supermercati, le code, le raccomandate, i condomini, i vicini che litigano per i parcheggi, il caffè preso in piedi, il telegiornale acceso mentre si mangia, il «poi vediamo», il «domani ci penso», il «ormai è andata così». Io sono figlio di quella roba lì. E forse, in qualche modo, lo sono ancora.

Ho lavorato quasi tutta la vita in un'azienda di Roma. Non ero dirigente. Non ero imprenditore. Non ero nemmeno particolarmente ambizioso. Ero un impiegato. Uno di quelli che entrano alle otto e ventinove per non dare soddisfazione al capo che controlla l'orologio alle otto e trenta. Ho passato decenni davanti a un computer, tra pratiche, telefonate, fogli Excel, riunioni che potevano essere una telefonata e telefonate che potevano essere una mail. Ogni tanto guardavo fuori dalla finestra e pensavo: Quando smetto? La risposta era sempre: Ancora qualche anno. Poi gli anni passavano. E io rimanevo lì.

Mia moglie si chiamava Elena. Quando penso a lei non penso alla sua morte. Penso alle sue mani. È strano, ma è così. Non ricordo esattamente tutti i vestiti che portava, né tutte le vacanze che abbiamo fatto. Ricordo le sue mani mentre cucinava, mentre teneva il giornale, mentre mi prendeva il braccio quando attraversavamo la strada.

Ci siamo voluti bene nel modo imperfetto con cui si vogliono bene le persone normali. Abbiamo litigato. Abbiamo fatto pace. Abbiamo dormito arrabbiati. Abbiamo riso per stupidaggini. Abbiamo avuto paura dei soldi. Abbiamo fatto programmi. Poi abbiamo smesso di farne.

Non abbiamo avuto figli. All'inizio dicevamo che avevamo tempo. Poi il tempo ha cominciato a dire il contrario. Alla fine non ne parlavamo quasi più. Non so se mi è mancato essere padre. Forse sì. Forse no. La verità è che certe domande diventano inutili quando non puoi più rispondere.

Quando Elena muore, la casa diventa improvvisamente enorme. Non perché sia grande. Ma il silenzio occupa molto spazio. Le prime settimane continuo a comprare due yogurt. È una cosa id**ta. Ne metto uno nel carrello e poi ne prendo un altro. Arrivo a casa e li guardo. Poi mi ricordo. Uno dei due rimane lì. È così che comincia la vedovanza, almeno per me. Non con le grandi tragedie. Con uno yogurt di troppo.

Dopo la morte di Elena continuo a lavorare. Anzi, lavoro ancora meglio. Divento un dipendente modello. Non perché mi interessi la carriera. Perché non voglio tornare a casa. L'ufficio è rumoroso. Perfetto. Finché sono lì, non devo pensare.

Poi arriva la pensione. L'ultimo giorno mi fanno una festa. Una torta. Una bottiglia. Qualche frase di circostanza. «Adesso finalmente ti godi la vita.» Sorrido. Annuisco. Stringo mani. Qualcuno mi regala una penna. Penso che sia una metafora perfetta.
La sera torno a casa. Appoggio la penna sul tavolo. Mi tolgo le scarpe. Mi siedo. E mi accorgo che non ho più niente da fare il giorno dopo. Per la prima volta nella mia vita non c'è un lunedì. E la cosa mi terrorizza.

La mia salvezza sono sempre stati i viaggi. Ho cominciato giovane. Non ero ricco. Facevo una cosa molto semplice: risparmiavo. Gli altri cambiavano macchina. Io compravo un biglietto aereo. Gli altri rifacevano la cucina. Io partivo.

Sono stato in India, in Nepal, in Thailandia, in Vietnam, in Indonesia. Ho dormito in pensioni dove il bagno era un tubo attaccato al muro. Ho mangiato cose che ancora oggi non so identificare. Ho preso autobus che sembravano assemblati durante la pausa pranzo. Ho avuto febbre in posti dove non sapevo nemmeno pronunciare il nome dell'ospedale. Ho conosciuto persone che non ho mai più rivisto e che, ancora oggi, ricordo meglio di certi parenti.

Forse viaggiare mi ha insegnato una cosa semplice: il mondo è molto più grande delle nostre preoccupazioni. A Roma potevo passare tre giorni incazzato perché qualcuno mi aveva fregato il parcheggio. A tremila chilometri di distanza ho incontrato un uomo che viveva con due galline e una bicicletta e rideva come se avesse vinto alla lotteria. E allora mi chiedevo: Chi dei due ha capito qualcosa della vita? Non ho mai trovato una risposta.

Koh Phangan arriva quasi per caso. Sono già stato in Thailandia, più volte, ma l'isola la conosco poco. Un giorno ci arrivo. Poi rimango qualche settimana. Poi qualche mese. Poi smetto di chiedermi quando tornerò in Italia. Faccio i documenti per restare, la visa da pensionato.

La cosa succede senza cerimonie. Non c'è un momento preciso. Non mi sveglio una mattina dicendo: Da oggi sono un espatriato.

Affitto il bungalow. Pago mese per mese. Non possiedo niente di importante. Due valigie. Qualche libro. Un vecchio orologio di Elena. Le fotografie. Un computer portatile. Tre camicie decenti e una quantità di pantaloncini. Ho anche una vecchia giacca elegante. Non so perché la conservo. Forse perché mi piace ricordarmi dell'uomo che ero. Quello con la cravatta. Quello che alle otto e mezza entrava in ufficio. Quello che pensava che la vita sarebbe cominciata dopo.

Qui ho imparato a fare una cosa che in Italia non sapevo più fare: non fare niente. All'inizio mi sembra impossibile. Mi sveglio e penso: Devo andare. Ma dove? Devo fare qualcosa. Cosa? Devo organizzarmi. Perché?

Questa libertà, all'inizio, mi mette quasi a disagio. Poi diventa una droga.

Odio la folla. Questa è una cosa che a Koh Phangan crea qualche problema. L'isola è bellissima, ma ogni tanto sembra che il mondo intero abbia deciso di ve**re qui contemporaneamente. Arrivano giovani con zaini enormi, coppie in luna di miele, ragazzi che hanno scoperto lo yoga, persone che hanno scoperto la spiritualità due giorni prima e già vogliono spiegarmela.

Gente che parla al telefono ad alta voce. Gente che fa video. Gente che filma il tramonto. Gente che filma se stessa mentre guarda il tramonto. Io li guardo e penso: Ma il tramonto non bastava da solo?

Quando vedo troppa gente, scappo. Cerco una spiaggia più tranquilla, un tratto di sabbia dove posso sedermi senza avere qualcuno a venti centimetri dal gomito.

Mi piace il mare soprattutto quando non c'è nessuno. Il mare non parla. Non vuole sapere il mio passato. Non gli interessa che sono stato un impiegato. Non gli interessa che mia moglie è morta. Non gli interessa che non ho figli. Non gli interessa la pensione. Fa il mare. Tutto qui. E io gli sono grato.

Ogni tanto, però, l'Italia torna. Non fisicamente. Dentro. Torna attraverso una telefonata, una pubblicità, una canzone, una fotografia, un odore. Una notizia letta sul telefono. E soprattutto torna attraverso le cose che mi sono rimaste.

Ho ancora una tessera del supermercato nel portafoglio. Non serve a niente. È scaduta. Ma non la butto. Ho ancora un vecchio numero di telefono scritto su un pezzo di carta. Non so più di chi sia. Ho una bolletta del gas dimenticata dentro un libro. E ho una scatola con alcune cose di Elena.

Gli italiani che incontro mi fanno sempre le stesse domande. «Ma non ti manca Roma?» Sì. Mi manca. Mi manca il caffè preso al bar. Mi manca il pane. Mi manca parlare italiano senza dover pensare. Mi manca l'ironia. Mi manca il modo in cui noi italiani possiamo insultarci per mezz'ora e poi mangiare insieme.

Mi manca mia moglie. Ma lei non è a Roma. Quindi non ha senso tornare indietro per cercarla. Mi manca una parte della mia vita. Ma una parte della vita non è un posto. È qualcosa che ti porti dietro. E io me la porto dietro.

Ho anche mantenuto alcune cattive abitudini italiane. La domenica faccio la pasta. Quando trovo un pomodoro decente ne compro troppi. Ogni tanto preparo il sugo e, mentre bolle, mi sembra di essere di nuovo nella cucina di casa. Mi siedo e mangio. Da solo. Ma non mi sento solo.

Questa è una differenza che ho imparato tardi. Essere soli non significa necessariamente sentirsi soli. E stare in mezzo alla gente non significa essere in compagnia.

Ho qualche amico sull'isola. Non troppi. Non ne voglio troppi. Uno è un inglese di settantacinque anni che sostiene di avere ancora venticinque anni. Gli credo perché quando beve comincia a comportarsi come se ne avesse quindici. Un altro è un tedesco che parla pochissimo. Per questo andiamo d'accordo.

Ci sediamo davanti al mare e possiamo stare un'ora senza dirci niente. È una forma di amicizia molto sofisticata. Ogni tanto passa qualcuno e ci chiede: «You guys okay?» Noi rispondiamo: «Yeah.» E basta. Siamo perfettamente okay.

La sera, quando il sole scende, faccio spesso una passeggiata. Ho un paio di sandali che dovrebbero essere buttati. Non li butto. Sono diventati parte del piede. Cammino lentamente. Non ho fretta.

Questo è forse il lusso più grande che mi sono concesso. Non avere fretta. A Roma avevo sempre qualcuno davanti. Un'auto. Un semaforo. Un autobus. Una scadenza. Un collega. Un capo. Una telefonata. Qui davanti ho il mare. E il mare, fortunatamente, non ha fretta.

Ho settantadue anni. Sono vedovo. Non ho figli. Ho una pensione normale. Un conto in banca normale. Una salute normale, per quanto può essere normale alla mia età. Ho vissuto una vita normale.

Eppure sono finito dall'altra parte del mondo. Forse questa è la cosa più straordinaria di tutte.

Quando torno al bungalow, la sera, accendo una luce piccola. Mi preparo qualcosa da mangiare. Apro una birra. Mi siedo fuori. Il rumore del mare arriva da lontano.

Perché dopo una vita passata a cercare di essere all'altezza delle aspettative degli altri, finalmente ho trovato una cosa che mi appartiene davvero: la possibilità di non dimostrare più niente.

grazie per pubblicarla.

Carlo T.

07/08/2026

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