Mamma ho perso le api

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18/05/2024

Con l’arrivo dell’estate aumentano le probabilità di imbatterci in api, vespe, calabroni e simili che ronzano attorno agli avanzi del nostro cibo o corteggiano le aiole fiorite di parchi e giardini. Saperli riconoscere è importante per capire quando sia il caso di allontanarci e quando, invece, possiamo continuare a goderci il pomeriggio in tutta tranquillità.

Quali sono le punture più pericolose?
Api, vespe e calabroni fanno tutti parte dell’ordine degli imenotteri, al quale appartengono diverse famiglie, tra cui quelle delle Apidae (in cui rientrano api e i tenerissimi bombi) e delle Vespidae (che comprendono vespe e calabroni). Le punture delle api sono raramente dannose per gli esseri umani, anche perché questi insetti possono pungere una solta volta (dopodiché perdono il pungiglione e muoiono eviscerati). Vespe e calabroni, al contrario possono pungere più di una volta e tendono a farlo ripetutamente quando si sentono minacciati. Le loro punture sono più dolorose e, a seconda delle specie e della sensibilità della singola persona, possono causare delle reazioni allergiche che, sebbene molto raramente, rischiano di degenerare in uno shock anafilattico. In linea generale, le specie presenti in Italia sono pacifiche e non attaccano cioè gli esseri umani senza ragione, a meno che non ci si avvicini troppo al loro nido o si cerchi di attaccarle a propria volta.

Ape da miele

L’Apis mellifera, nota anche come ape domestica o ape europea, è la specie di ape più comune in Italia. Questi insetti sociali, che vengono ampiamente allevati per la produzione di miele, sono facili da riconoscere per via delle classiche strisce nere sul loro corpo (che ha una dimensione compresa tra gli 1-2 cm) di colore giallo, rosso o marrone (a seconda della sottospecie di appartenenza). Le api tendono a non pungere gli esseri umani se non espressamente attaccate e il loro veleno è solitamente innocuo. Perciò, se le vedete aggirarsi sul vostro balcone, non preoccupatevi: sono più interessate ai vasi di fiori, che a voi. Le api svolgono un ruolo fondamentale per il mantenimento degli ecosistemi naturali, consentendo di conseguenza anche la sopravvivenza nostra e delle altre specie animali e vegetali. Tanto preziose quanto in pericolo: negli ultimi cinquant’anni la vita delle api mellifere sembra essersi addirittura dimezzata e la loro sopravvivenza è minacciata dal largo uso dei fertilizzanti chimici utilizzati per l’agricoltura. Ciò che possiamo fare, nel nostro piccolo, è cercare di non ucciderle, e se ci imbattiamo in qualche alveare, meglio segnalarlo alle autorità competenti, che provvederanno a rimuoverlo in sicurezza.

Bombo

Al genere bombus (incluso nella famiglia Apidae) appartengono più di 250 specie. Questi insetti impollinatori, parenti delle api, sono anch’essi vestiti di strisce nere e gialle (o rossicce, a seconda della specie), ma portano una taglia in più (essendo lunghi circa 1,5-2,5 cm) e sono pelosi. Anche i bombi sono animali sociali e vivono in colonie, prediligendo le zone dove il clima è temperato. Come le api, i bombi attaccano gli esseri umani solo quando si ritengono minacciati e il loro veleno è pericoloso solo per le persone che ne sono allergiche. Molte specie di bombi che vivono in tutto il mondo sono oggi a rischio a causa dei cambiamenti climatici.

Ape legnaiola (o ape carpentiere viola)

Questi insetti impollinatori appartenenti al genere Xylocopa (anch’esso compreso nella famiglia Apidae) possono spaventare per il loro aspetto: corpo grosso e rotondo, lucido, e di colore nero o violaceo. Le api legnaiole (che devono il loro soprannome alla tendenza a vivere in buchi scavati nel legno) talvolta scambiate per calabroni neri, mentre in realtà, proprio come le api mellifere, non sono affatto aggressive; a differenza delle loro “cugine”, però, sono insetti solitari che restano in ibernazione durante i mesi freddi e circolano nell’ambiente a partire da maggio.

Osmia

Il genere Osmia, compreso nella famiglia delle Megachilidae comprende più di 350 specie. Si tratta di insetti apoidi non aggressivi, solitari ed efficienti impollinatori che nidificano in cavità o fessure presenti nel terreno, nelle pareti o del legno, che poi riempiono con fango e polline (per questo vengono talvolta soprannominate “api muratrici”). Variano per aspetto e dimensione a seconda della specie di riferimento: le più comuni in Italia sono l’Osmia cornuta l’Osmia Rufa (o bicornis) dal pelo bruno-rossastro per le femmine e grigio-bianco per i maschi.

Ape tagliafoglie

Alla famiglia delle Megachilidae appartengono anche le api tagliafoglie, anche dette api tappezziere perché le femmine, dopo l’accoppiamento, scavano un buco nel terreno, nel legno o nei fusti cavi delle piante e vi depongono le uova che ricoprono con pezzetti di forma circolare ritagliati dalle foglie delle piante. Sono insetti impollinatori solitari non aggressivi della lunghezza di circa 2 cm, di colore nero, con la parte finale dell’addome ricoperta di peli dorati o arancioni.

Vespa comune

Le vespe fanno parte di una diversa famiglia di imenotteri rispetto alle api e ai bombi, chiamata Vespidae. Le specie più comuni in Italia sono la Vespula vulgaris e la Vespula germanica, entrambe dalla caratteristica forma “a clessidra”, con un restringimento tra il torace e l’addome, all’altezza della vita, e le strisce gialle e nere. Questi insetti impollinatori formano le loro colonie sottoterra, sugli alberi o nelle cavità murarie. Sono attratte dal cibo zuccherino, come marmellate e succhi di frutta. Attaccano gli esseri umani per difesa, solo se minacciate, ma la loro puntura è più dolorosa rispetto a quella delle api. Una stessa vespa, inoltre, può pungere più di una volta.

Vespa cartonaia

Circa 200 specie fanno parte del genere Polistes, anch’esso appartenente alla famiglia delle Vespidae. Questi insetti somigliano alle Vespulae: sono lunghi circa 1,5 cm, di color nero o marrone con strisce dorate e attaccano solo quando si sentono minacciate o ci si avvicina troppo al loro nido. La specie più rappresentativa di questo genere è la Polistes dominula, soprannominata vespa cartonaia proprio a causa della conformazione del suo nido, composto di una sostanza prodotta dall’animale stesso che ricorda la carta.

Calabrone europeo

La Vespa crabro ha un aspetto molto simile a quello della vespa comune – vita sottile, colore nero o marrone con strisce gialle – ma è molto più grossa, essendo lunga circa 2,5 cm. Questa grossa vespa sociale non è aggressiva, ma tende a pungere anche più di una volta chi osi avvicinarsi troppo al suo nido: le sue punture sono solitamente dolorose quanto quelle delle vespe, ma possono procurare reazioni avverse di varia gravità a chi fosse allergico al suo veleno.

Vespa orientale

La Vespa orientalis è un calabrone dal colore rossastro nativo del bacino del Mediterraneo. Vive specialmente nelle regioni meridionali della pen*sola italiana ma, a causa del progressivo aumento delle temperature dovuto al riscaldamento globale, il suo habitat ideale si sta progressivamente estendendo anche alle zone settentrionali. La crescente diffusione della vespa orientale nel nostro paese rappresenta un pericolo per l’apicoltura, poiché questo insetto attacca le api. L’aggressività nei confronti degli esseri umani è invece paragonabile a quella del calabrone europeo.

Vespa velutina

Il calabrone asiatico, anche detto calabrone dalle zampe gialle, è una vespa originaria dell’Asia che ha iniziato a diffondersi in alcuni paesi europei (Italia compresa) negli ultimi anni. La Vespa velutina è leggermente più piccola di dimensioni rispetto alla Vespa crabro e ha il corpo scuro e le estremità di colore giallo. È considerata una specie invasiva e può rappresentare una minaccia per le api e gli ecosistemi locali. Meglio tenersi alla larga dal suo nido: le punture di questo insetto, specialmente se ripetute, possono causare reazioni allergiche anche molto gravi.

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21/02/2024

Miele italiano: perché il settore è in forte crisi?

Quasi 75.000 apicoltori professionisti e 1,6 milioni di alveari in tutta Italia, per una produzione di circa 23.000 tonnellate l’anno e 30 tipi diversi di prodotto. Sono i numeri del miele italiano, un prodotto di eccellenza che tuttavia sta affrontando una crisi profonda. I motivi sono due: cambiamento climatico e concorrenza sleale.

Qualche giorno fa, Aspromiele Piemonte ha scritto alla regione per chiedere interventi urgenti per il settore. «Al cambiamento climatico – spiega il coordinatore piemontese Luca Allais – si è aggiunta una cosa inaspettata: producendo meno miele si spera ci sia un mercato, invece no, perché la nostra produzione ha un costo che varia dai 6 ai 10 euro al chilo mentre si trovano mieli in arrivo da Asia o America dove il costo si aggira fra 1 e 2 euro».

Si tratta di miele adulterato, un miscuglio di prodotti da diverse nazioni e altre sostanze, oppure realizzato con metodi talmente diversi da non essere nemmeno tecnicamente miele. Il punto è che, a oggi, non c’è un sistema di controllo in grado di renderlo evidente al consumatore.

«Nel mercato c’è sempre stata una fluttuazione – aggiunge Giorgio Baracani, presidente di Conapi, Consorzio nazionale degli apicoltori – ma stimiamo che quasi il 50% del miele che arriva in Europa risulti contraffatto».

La contrazione dei consumi dovuta all’inflazione impatta sul miele, non considerato dalle famiglie come alimento essenziale, al quale si preferisce un prodotto di qualità più bassa purché economico. Un esempio: il miele millefiori argentino costa all’ingrosso fra 1,60 e 1,80 euro al chilo, in Italia costa intorno ai 4,60 euro (prezzo già in calo del 13% rispetto al 2022).

Stando all’ultimo report dell’Osservatorio Nazionale Miele, che parla di “giacenze consistenti e aziende in difficoltà”, il danno più importante si è verificato nella primavera dello scorso anno.

Per via delle gelate tardive e dell’inverno troppo caldo, le api non hanno trovato nettare a sufficienza.

In molti casi sono state nutrite artificialmente dagli apicoltori per evitare che morissero di fame (una pratica, quella della nutrizione, un tempo rara e oggi sistematica), questo ha portato a un calo sensibile della produzione, a esempio, di miele di acacia (-14% sul 2022), parzialmente recuperato con altre varietà in estate.

In generale la produzione è scesa, passando da quasi 25.000 tonnellate del 2022 a circa 23.000 nel 2023, ma all’apertura del mercato a settembre la domanda non è aumentata, anzi, i consumatori hanno preferito acquistare mieli stranieri a buon prezzo.

Per il terzo anno consecutivo, rileva il report dell’Osservatorio, i consumi continuano a scendere ed è una situazione parzialmente mitigata dall’aumento dei prezzi registrato fino al 2022.

«Rispetto a vent’anni fa – precisa Giancarlo Naldi dell’Osservatorio sul Miele – la produzione è comunque aumentata, ma oggi non riesce a coprire i costi. Il cambiamento climatico incide negativamente con il ripetersi di eventi estremi che oggi rappresentano la regola».

Del resto l’apicoltura, come ricorda Luca Allais, è uno dei primi settori ad aver manifestato gli effetti del cambiamento climatico, già da una decina d’anni. «L’ape è un indicatore pazzesco dello stato dell’ambiente – ribadisce Giorgio Baracani – sebbene si possa adattare. Ora però, rispetto agli anni Ottanta, richiede una presenza costante dell’apicoltore, fra le estati torride e siccitose e la riduzione di pascoli (per le api, ndr) e nettare. Gli inverni poco freddi creano un risveglio anticipato delle piante con il rischio che torni il freddo in primavera e comprometta le fioriture». Come la gelata della primavera scorsa. L’esempio principale è il miele di melata, derivante dalle sostanze zuccherine prodotte da alcuni parassiti delle piante, in particolare la metcalfa. Oggi è quasi sparito, perché la siccità o le piogge troppo abbondanti impediscono agli insetti di proliferare.

«Negli ultimi dieci anni siamo arrivati a una riduzione della produzione fino al 40% – afferma Giuseppe Cefalo, presidente nazionale di Unaapi – per via degli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico. Per esempio con l’avvento di nuovi predatori come la vespa velutina».

Lo scorso autunno, a Torino, è stato trovato il primo nido di questa vespa asiatica, prima diffusa in Francia, poi in Liguria e quindi a Cuneo. È la testimonianza della sua crescita. «Per il 2023 – aggiunge Cefalo – ci aspettiamo in totale un calo di produzione abbastanza contenuto. Abbiamo incontrato il ministro dell’Agricoltura e il sottosegretario con delega all’apicoltura, c’è la voglia di interessarsi ma attendiamo segnali. Ora siamo alla finestra per la direttiva europea Breakfast, che per le miscele di miele prevederebbe l’indicazione di tutti i Paesi di provenienza di ogni elemento. Servono metodologie uniformi in tutti i Paesi membri».

E in Piemonte, regione che da sola ha 230.000 alveari, per la prima volta è stata estesa agli apicoltori la misura H18, che dà un contributo per portare gli alveari in zone utili all’equilibrio dell’ecosistema: delle 500 aziende che hanno partecipato al bando ne sono state finanziate 430.

17/02/2024

La sciamatura un fenomeno curioso.

La sciamatura delle api è per l’apicoltore uno dei fenomeni più interessanti e curiosi che avvengono in apicoltura.
Esso solitamente ha inizio con uno spettacolo veramente curioso: migliaia di api escono dalla porticina dell’ alveare a macchia d’olio, ribaltandosi e cadendo a terra nella frenesia di uscire, come se una forza simile all’aria compressa le spingesse dall’interno verso l’esterno.

La prosecuzione avviene poi con una nuvola roteante di api che lentamente si concentra su un ramo d’albero o su
uni altra sporgenza solitamente ombreggiata, fino a raggiungere una calma che in realtà è solo apparente. Ebbene, questo fenomeno ha come fine quello della propagazione della specie. Per capire come e perché avviene la sciamatura, bisogna analizzarne le cause e cercare di attenuare, nei limiti del possibile, il fenomeno.

La sciamatura naturale è un avvenimento atteso da molti apicoltori per sostituire le famiglie morte durante l’inverno o per ingrandire i propri apiario Tuttavia metodo migliore e più sicuro è quello della sciamatura artificiale, in quanto è l’apicoltore che decide come e soprattutto quando.

La sciamatura delle api coincide con i primi grossi raccolti di miele, come l’acacia e pertanto all’apicoltore si presentano due sole possibilità: produrre miele o produrre api.

Infatti solo in stagioni eccezionali ed applicando tecniche particolari gli sciami riescono a produrre miele primaverile. Va inoltre considerato che il tempo impiegato per controllare l’apiario e catturare gli sciami eventualmente usciti è notevole e solo gli apicoltori che hanno la fortuna di avere le api vicino a casa possono attendere a queste operazioni con successo .

Bloccare completamente la sciamatura è pressoché impossibile, ma quando si riesce a limitarla al 5 % di alveari sciamanti si ha già un buon risultato. Per contro un apicoltore che volesse raddoppiare i suoi alveari costringendo tutte le sue famiglie a sciamare, non riuscirà mai nell’impresa di raggiungere il 100 % di alveari sciamanti.
Questo fatto di per se stesso spiega come sia praticamente impossibile bloccare completamente gli sciami e controllare in modo positivo tutte le famiglie.

Va tenuto bene a mente che solitamente le famiglie che non producono miele primaverile sono quelle deboli, in quanto non riusciranno ad essere adeguatamente forti prima delle fioriture e quelle troppo forti, in quanto sciameranno e non andranno in produzione. Analizziamo ora in senso lato il perché avviene la sciamatura e come si può limitarla con successo.

PRINCIPALI CAUSE SCATENANTI LA SCIAMATURA

La sciamatura solitamente è provocata da un’ insieme di cause che spesso interagiscono tra loro.

La principale di queste è la sovrappopolazione. Infatti è evidente che un eccessivo numero di individui chiusi in un ambiente ristretto, tenda a dividersi. Tale situazione viene ad evidenziarsi nei periodi di cattivo tempo. In effetti è un antico detto di alcuni apicoltori che affermano che se le api non possono lavorare all’esterno, lavorano all’interno costruendo celle reali.

La realtà non è proprio così: se piove per più giorni, all’interno dell’alveare continuano a nascere dalle 2.000 alle 3.000 api al giorno, mentre non potendo uscire le bottinatrici, non si ha la normale mortalità esterna.
Accade allora che se piove per 5 o 6 giorni, nascono dalle 10 alle 15 mila api, mentre non c’è mortalità, e così in un periodo di tempo abbastanza ristretto l’alveare si intasa di api adulte.

Questo fatto induce una carenza di spazio e spinge le api a fare la caratteristica barba ed a ventilare il nido, in quanto si alza di almeno 3- 4°C la temperatura interna.
Per verificare se all’interno dell’alveare, a primavera, la popolazione è troppo elevata, c’è un rapido sistema di controllo, creato dagli apicoltori.

Approssimandosi al raccolto dell’acacia, quando le api non fanno ancora la barba sul predellino, è sufficiente recarsi in apiario dopo il tramonto del sole.
Si dovrà poi, con una torcia a batteria, illuminare il fondo dell’ alveare dalla porticina ed osservare le api. Se queste sono appese e vanno a toccare il fondo dell’ alveare, la popolazione è in soprannumero.
Con una popolazione normale, le ultime api devono essere all’altezza della stecca inferiore dei telaini o’ appena poco più in basso.

Inoltre se la popolazione è troppo numerosa e l’importazione di nettare e polline sono abbondanti, la regina riceve una ricca nutrizione ed è stimolata a deporre un grande numero di uova, ma in alcuni casi non dispone di un numero sufficiente di celle libere per ovideporre e può promuovere la costruzione di numerose celle reali.

La stessa sovrappopolazione di api giovani, le stimola a scaricare la gelatina reale in eccesso nelle celle reali. Le api ceraiole devono altresì avere la possibilità di scaricare la cera che producono in abbondanza, ed in favi particolarmente vecchi e deformati spesso ciò non è possibile. Gli stessi favi vecchi e deformi danno alle api notevoli possibilità di costruzione di celle reali, in quanto sono ricchi di anfratti, convessità e fessure.

È inoltre un fattore spontaneo di sciamatura la carenza di feromone reale. Questo feromone prodotto dall’ape regina spinge le api all’unità della famiglia. Tuttavia quando scarseggia le api tendono a sciamare.

Ebbene se una regina vecchia ne produce poco, le api ne ricevono poco attraverso lo scambio di cibo e sono spinte alla sua sostituzione. Ma per contro se una famiglia è troppo popolata, ogni singola ape ne riceve una quantità unitaria insufficiente. In entrambi i casi il risultato è lo stesso: la sostituzione della regina.

RIMEDI CONTRO LA SCIAMATURA

Analizzate le cause, che sempre sono delle situazioni di instabilità a cui le api cercano di porre rimedio, diventa abbastanza facile escogitare dei sistemi per contenere la sciamatura.

Va precisato che i rimedi vanno attuati prima che si instauri la tendenza a sciamare, altrimenti si rischia di operare inutilmente, infastidendo le api e sprecando del tempo. In precedenza abbiamo visto che uno dei fattori principali è quello della carenza di spazio.

La moderna apicoltura nomadista impone alveari Dadant a 10 favi.
Per-tanto in questa situazione bisogna avere favi perfettamente costruiti a celle femminili, partendo anche da fogli cerei fissati nella parte bassa dei telai, al fine di avere un nido con una maggiore quantità di celle a disposizione della regina.

Anche le scorte non devono essere eccessive per non occupare spazio disponibile. La posa dei melari è un elemento indispensabile nella necessità di dover dare spazio.
Lo stesso dovrà essere fatto tenendo presente qualche accorgimento: non bisogna aspettare che le api costruiscano tra il nido ed il coprifavo, indice di carenza di spazio e segnale che si sta già perdendo una parte di raccolto. In questo momento l’operazione può già essere tardiva.

In primavera, non vanno mai apposti sui nidi due melari vuoti contemporaneamente, affinché non si abbassi troppo repentinamente la temperatura interna dell’alveare, mettendo a rischio la covata presente e rallentando la ovodeposizione.
Molto utile per prevenire la sciamatura ed aiutare le famiglie più deboli, è il trasferire dei favi di covata opercolata dalle famiglie più forti alle deboli, permettendo così a queste ultime di arrivare in piena efficienza alle fioriture e di avere l’apiario in una ottima situazione di livellamento.

Quando la famiglia è in soprannumero, vengono ad attivarsi altri fenomeni secondari che possono originare delle sciamature.
Nascendo numerose api giovani, queste aumentano la produzione di gelatina reale e successivamente di cera e pertanto crescono notevolmente i pericoli di non riuscire a trattenere le api. Altra operazione di pareggiamento che può essere attuata con successo, è quella di spostare un’ alveare debole al posto di uno forte e viceversa, affinché quello più debole guadagni le bottinatrici del più forte e si irrobustisca, aumentando rapidamente le importazioni di nettare.
Inoltre nella famiglia che ha ceduto parte delle sue api adulte e che quindi ha un numero inferiore di individui, singolarmente ogni ape riceve una quantità superiore di feromone reale dell’unità della famiglia. Ricordiamo che se le famiglie hanno troppi individui e la temperatura del nido aumenta, si può aprire completamente la porticina di volo al fine di favorire un rapido scambio di aria fresca con l’ambiente esterno.

Chi ha gli alveari a cassetto è favorito in questa operazione, in quanto può sfilare parzialmente o totalmente il cassetto a seconda delle necessità e permettere il ricambio attraverso la rete metallica sottostante al nido.
Importante è anche l’età della regina, in quanto, come abbiamo già visto, più la regina è vecchia e minore è la quantità di feromone che emana e che ogni ape riceve attraverso lo scambio di cibo. Quindi il sostituire la regina al massimo ogni due anni, oltre al vantaggio di avere sempre famiglie forti e produttive , rallenta in modo consistente la sciamatura.

Altra tecnica che può essere attuata con successo è quella di dare ad ogni famiglia almeno due fogli cerei per stagione al fine di permettere una certa libertà alle giovani api ceraiole, oltre a dare grande spazio alla regina per la ovodeposizione.

Ultima cosa che rimane da fare in alcuni casi è l’eliminazione delle celle reali. Tuttavia è questa una operazione che richiede un certo tempo, irrita le api in quanto i favi devono essere scrollati dalle api adulte al fine di poterli osservare attentamente, ed inoltre si può dimenticare qualche cella vanificando tutta l’operazione.

L’eliminazione delle celle reali va effettuata ad intervalli di sette giorni per almeno due o tre volte, fino a che non sia passata la cosiddetta febbre sciamatoria.

Da ultimo è necessario evidenziare un sistema che ancora oggi è utilizzato da alcuni apicoltori: il taglio delle ali alla regina. Questo metodo non è sicuramente valido, in quanto la ricerca della regina richiede un certo tempo, la sua cattura e conseguente mutilazione richiede del tempo, c’è il rischio di danneggiarla e le api si irritano notevolmente.

Quando la regina sciama, cade a terra e solitamente la sera si ritrovano davanti agli alveari dei mucchietti di api che la riscaldano. L’alveare va dunque visitato con cura e va lasciata una sola cella reale da cui nascerà la nuova regina. Ma attenzione a non dimenticarne una seconda: le api sciameranno ugualmente con una regina vergine, e gli apicoltori sanno che questi sciami vanno più lontano, più in alto ed a volte dopo averli catturati escono nuovamente abbandonando la nuova dimora, se non si fornisce loro un favo contenente della covata e che li “calamiti” nella nuova abitazione.

Per finire ricordo che una famiglia che sta per sciamare dà dei segnali abbastanza evidenti all’apicoltore: da 24 a 48 ore prima della sciamatura calano notevolmente il movimento sul predellino ed i voli. Aprendo l’alveare si nota nella parte bassa dei favi che le api fanno delle caratteristiche catene tra loro, molto simili a quelle visibili in uno sciame appeso ad un albero, quasi a fare le prove generali di quello che stanno per mettere in atto.

Un consiglio: impariamo ad osservare questi fenomeni al fine di usare appropriate tecniche per evitare che si ripetano con eccessiva periodicità.

Stefano Tonelli

14/02/2024

Tipi di idromele

L'idromele è una bevanda alcolica fatta con miele e acqua, che viene fermentata per creare una bevanda deliziosa e aromatica. L'idromele è una bevanda dal sapore antico e versatile che può essere preparata in molti modi diversi. Ogni tipo di idromele ha il proprio sapore unico.

L'idromele classico è il tipo più comune, fatto con miele puro e acqua. Questo tipo di idromele ha un sapore dolce e fruttato, ed è perfetto da gustare come aperitivo o dessert. Assagia L’idromele "Slavo Vecchio" Classico

L'idromele invecchiato in barrique è un'altra variante deliziosa. Viene fatto utilizzando barrique di legno, che dona alla bevanda un sapore intenso e affumicato. L'idromele invecchiato in barrique ha anche un sapore più secco rispetto all'idromele classico. Assagia L’idromele “Barrique”

L'idromele speziato o "metheglin" è un'altra variante deliziosa, perfetta per le serate invernali. Questo tipo di idromele viene fatto con spezie come cannella, chiodi di garofano, vaniglia e zenzero. Assagia L’idromele “Trnavska” Speziato

L'idromele alle erbe è un'altra variante popolare, fatta con l'aggiunta di erbe aromatiche come la salvia, la menta e il rosmarino. Questo tipo di idromele ha un sapore leggermente amaro e viene spesso usato come digestivo dopo i pasti. Assagia "Ambrozia Original" Idromele alle Erbe

L'idromele scuro è un tipo di idromele fatto con miele di montagna. Questo tipo di idromele ha un sapore ricco e intenso, con note di caramello e cioccolato. Assagia L’idromele “Slavo Vecchio” Scuro

Infine, c'è l'idromele frizzante, una variante moderna dell'idromele classico. Questo tipo di idromele è gasato e ha un sapore leggermente frizzante, rendendolo un'ottima scelta per le occasioni festose. Assagia L’idromele "Bubble Bee" Frizzante

In sintesi, ci sono molti tipi diversi di idromele, ognuno con il proprio sapore unico. Dalle note dolci del classico all'affumicato del barrique, all'intenso e scuro, ci sono sicuramente molte scelte per soddisfare tutti i gusti. Ti consigliamo vivamente di provare il "Megapack", il set degustazione scontato che include 5 tipi di idromele premiati con oltre 50 medaglie in Europa, Asia, Nord America e Sud America. Questo eccezionale "Megapack" ti offre l'opportunità di assaporare una varietà di idromele di alta qualità, riconosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Approfitta di questa occasione per vivere un'esperienza degustativa unica.

09/01/2024

Erbicidi e uso eccessivo del suolo, ti spiego perché le api non fanno più miele.

I raccolti di miele negli Stati Uniti sono diminuiti sensibilmente a partire dagli anni ’90, in concomitanza con i cambiamenti climatici, l’uso del territorio e l’applicazione su larga scala di pesticidi. Molti sono i fattori che influenzano la produzione di miele, ma il principale - secondo questo studio - è la disponibilità di fiori.

Negli States come nel resto del mondo le api non producono più miele come una volta. Un dato già noto ai più attenti, ma che è destinato ad essere confermato di volta in volta da sempre nuove ricerche se le cose non cambieranno drasticamente.

Di recente, lo studio “Examining spatial and temporal drivers of pollinator nutritional resources: evidence from five decades of honey bee colony productivity data”, pubblicato da un alcuni entomologi del Center for Pollinator Research dell’Huck Institutes of the Life Sciences della Pennsylvania State University (PSU), ha evidenziato i motivi principali a causa dei quali mancherebbe nel corso del tempo sempre più miele.

Leggi anche: E se le api scomparissero? Dai fiori da piantare ai pesticidi da evitare, mini guida per salvarle

Utilizzando 50 anni di dati provenienti da tutti gli Stati Uniti, gli studiosi hanno preso in esame i potenziali fattori e i meccanismi che potrebbero influenzare il numero di fiori che crescono in diverse regioni e, per estensione, la quantità di miele prodotta dalle api mellifere arrivando a una netta conclusione: i cambiamenti nella resa del miele nel tempo sono collegati all’applicazione di erbicidi e all’uso del territorio.

Lo studio

I ricercatori partono da un dato fondamentale: nei dati successivi al 1992 il clima è diventato sempre più legato alla resa del miele.

I dati messi sotto la lente di ingrandimento e provenienti da diversi database open source includevano informazioni deli USA continentali come:

la resa media di miele per colonia di api mellifere
l’utilizzo del terreno
l’uso di erbicidi
clima
anomalie meteorologiche
produttività del suolo
Nel complesso, i ricercatori hanno scoperto che «Le condizioni climatiche e la produttività del suolo – la capacità del suolo di sostenere le colture in base alle sue proprietà fisiche, chimiche e biologiche – erano alcuni dei fattori più importanti nella stima della resa del miele.

Gli Stati, sia nelle regioni calde che in quelle fredde, producevano rese di miele più elevate quando avevano terreni produttivi. Le condizioni ecoregionali del suolo e del clima stabiliscono i livelli di base della produzione di miele, mentre i cambiamenti nell’uso del territorio, nell’uso di erbicidi e nelle condizioni meteorologiche influenzano la quantità prodotta in un dato anno, dicono.

Secondo i ricercatori, insomma, uno dei maggiori fattori di stress per gli impollinatori è la mancanza di fiori in grado di fornire abbastanza polline e nettare per il cibo. Poiché diverse regioni possono supportare diverse piante da fiore a seconda del clima e delle caratteristiche del suolo, c’è un crescente interesse nell’identificare regioni e territori con abbastanza fiori da renderli adatti alle api».

Una delle scoperte più interessanti è stata l’importanza della produttività del suolo, che è un fattore sottoesplorato nell’analisi di quanto i diversi territori siano adatti per gli impollinatori. Mentre molti studi hanno esaminato l’importanza dei nutrienti nel suolo, meno lavoro è stato fatto su come le caratteristiche del suolo come la temperatura, la texture, la struttura – proprietà che aiutano a determinare la produttività – influenzano le risorse degli impollinatori, spiega Gabriela Quinlan, che è ricercatrice post-dottorato della National Science Foundation (NSF).

I ricercatori hanno anche scoperto che la diminuzione dei terreni coltivati ​​a soia e l’aumento dei terreni del Conservation Reserve Program, un programma di conservazione nazionale a tutela degli impollinatori, hanno entrambi avuto effetti positivi sulla resa del miele. Anche i tassi di applicazione degli erbicidi sono stati importanti per prevedere la resa del miele, potenzialmente perché la rimozione delle infestanti in fiore può ridurre le fonti nutrizionali disponibili per le api.

I nostri risultati forniscono preziose informazioni che possono essere applicate per migliorare i modelli e progettare esperimenti per consentire agli apicoltori di prevedere la resa del miele, ai coltivatori di comprendere i servizi di impollinazione e ai gestori del territorio di supportare le comunità di piante impollinatrici e i servizi ecosistemici, concludono i ricercatori.

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