Counseling e relazione d'aiuto
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31/03/2026
Il problema è che molti adulti scappano di fronte ad un confronto e hanno paura essi stessi di un possibile scontro con ragazzi. Anche loro, gli adulti, non hanno i mezzi per riconoscere e gestire le emozioni e, spesso, preferiscono essere accondiscendenti per paura del conflitto e di scoperchiare il vaso di Pandora. Come fanno questi adulti ad insegnare il senso del limite, la gestione della frustrazione, della noia, della paura, della vergogna e, perché no, della gioia e della felicità?
Occorre più che mai un sistematico programma di educazione alle emozioni, così che i giovani di oggi possano essere adulti migliori di quelli di oggi
Non stiamo crescendo ragazzi più violenti.
Stiamo crescendo ragazzi che non sanno cosa farsene della rabbia, perché nessuno ha mai insegnato loro a gestirla e a contenerla.
Se devo dirlo in modo diretto, senza girarci troppo intorno: la tentazione di dire che “questa generazione è più violenta” è forte, ma è anche una scorciatoia che rischia di farci sbagliare bersaglio. Non siamo davanti a ragazzi più cattivi. Siamo davanti a ragazzi cresciuti in un contesto che li ha resi molto più fragili sul piano emotivo e, proprio per questo, più esposti a reazioni estreme.
Oggi un adolescente fatica tremendamente a stare dentro la frustrazione. E la frustrazione, piaccia o no, è una componente inevitabile della vita. Solo che se nessuno ti insegna a gestirla, a riconoscerla, a tollerarla, quella frustrazione diventa rapidamente qualcos’altro: rabbia, vergogna, senso di umiliazione. E da lì, il passo verso l’agito è molto più breve di quanto si pensi.
Quando poi parliamo di tredicenni con un coltello in tasca, dobbiamo smettere di pensare solo all’oggetto. Il coltello è il sintomo, non il problema. È una risposta distorta a un bisogno molto preciso: sentirsi meno vulnerabili. È come se quel ragazzo dicesse, senza usare le parole: “Io non voglio più sentirmi in balia delle cose. Io devo avere un modo per difendermi, o per farmi rispettare.”
Il punto è che non ha strumenti migliori per farlo. Nessuno glieli ha insegnati davvero.
E qui arriva una questione scomoda: sì, in qualche modo questi ragazzi si sentono più autorizzati alla violenza. Non perché qualcuno glielo dica esplicitamente, ma perché vivono immersi in un mondo che la violenza la banalizza continuamente. La vedono nei linguaggi, nei social, nei conflitti quotidiani tra adulti. Assistono a scene in cui chi urla di più sembra avere ragione, in cui l’aggressività diventa una forma di affermazione. E nel frattempo, i confini educativi si sono fatti sempre più deboli, sempre più negoziabili.
Il risultato è che il gesto violento perde peso nella percezione. Non viene più sentito come qualcosa di irreversibile, ma come una risposta possibile, a volte persino legittima, a un torto percepito.
In tutto questo, la famiglia gioca un ruolo decisivo. Perché è lì che si costruisce (o non si costruisce) la capacità di stare al mondo. E oggi vediamo spesso due estremi ugualmente problematici: da una parte genitori che evitano qualsiasi frustrazione ai figli, che spianano la strada in nome di un’idea distorta di protezione; dall’altra genitori che non ci sono, o che hanno rinunciato a esercitare un ruolo educativo chiaro. In mezzo, troppo spesso, manca quella cosa fondamentale che si chiama limite.
Il limite non è una punizione. È una bussola. È ciò che permette a un ragazzo di capire fin dove può spingersi, cosa è accettabile e cosa no. Senza limite, un adolescente non è libero: è perso.
La scuola, dal canto suo, si trova a gestire una situazione sempre più complessa, spesso senza strumenti adeguati. Gli insegnanti si confrontano con ragazzi che vivono ogni richiamo come un attacco personale, ogni nota come un’umiliazione. E quando un ragazzo non sa distinguere tra correzione e offesa, tra limite e ingiustizia, il rischio di escalation è altissimo. Basta poco: una ferita narcisistica, un senso di ingiustizia non elaborato, e la rabbia trova una via d’uscita.
Allora la domanda vera non è se questi ragazzi siano più violenti. La domanda è: che cosa abbiamo smesso di insegnare loro?
Perché il punto è tutto lì. Non si limita un fenomeno del genere solo con più controlli o più punizioni. Quelle servono, certo, ma arrivano dopo. Quando il problema è già esploso.
Il lavoro vero è prima. È insegnare ai ragazzi a riconoscere quello che provano, a dare un nome alle emozioni, a non esserne travolti. È restituire valore al limite, alla responsabilità, al fatto che ogni azione ha conseguenze. È aiutare le famiglie a tornare a essere luoghi educativi, non solo affettivi.
E soprattutto è intercettare i segnali prima che diventino tragedie. Perché prima del coltello, c’è sempre qualcosa: una rabbia che cresce, un senso di esclusione, fantasie di rivalsa, un linguaggio che cambia. Il problema è che troppo spesso questi segnali li vediamo… e li minimizziamo.
Poi arriva il gesto, e ci sembra improvviso.
Ma improvviso, quasi mai lo è davvero.
15/01/2026
Condivido volentieri
LA STRAGE DI CRANS MONTANA E QUELLA PESSIMA TENDENZA SOCIAL A PUNTARE IL DITO
Quello che emerge da frasi come
“se la sono cercata”,
“potevano scappare”,
“i genitori dove erano?”
non è lucidità.
È difesa psicologica. Ed è una delle più primitive.
Profilo psicologico di chi colpevolizza le vittime
Quando una tragedia è troppo grande, troppo ingiusta, troppo casuale, alcune persone non reggono l’idea che possa capitare a chiunque.
Perché se è capitato a loro, allora potrebbe capitare anche a me, a mio figlio, alla mia famiglia.
E questa è un’idea intollerabile.
Allora la mente fa una cosa molto precisa ossia
trasforma le vittime in colpevoli.
Se “se la sono cercata”,
se “hanno sbagliato”,
se “i genitori erano irresponsabili”,
allora il mondo torna ad avere un ordine rassicurante.
Un ordine falso, ma psicologicamente anestetizzante.
Frasi come :
A me non succederà, perché io sono diverso.
Io avrei fatto meglio.
Io sono più attento, più sveglio, più responsabile.
Questo meccanismo si chiama illusione di controllo.
È la convinzione infantile che il male colpisca solo chi “sbaglia”.
Perché prendersela con ragazzi morti o con genitori distrutti?
Perché è più facile giudicare che sentire.
Empatizzare con un ragazzo arso vivo significa:
• sentire il terrore,
• l’impotenza,
• l’ingiustizia,
• la paura che poteva essere tuo figlio.
Empatizzare con un genitore significa:
• entrare in un dolore che non ha nome,
• accettare che non esiste protezione assoluta,
• riconoscere i limiti umani dell’essere genitori.
E non tutti sono in grado di farlo.
Chi scrive quelle frasi non è più forte,
non è più lucido,
non è più intelligente.
È solo più spaventato. E anche poco empatico.
Il bisogno di sentirsi “migliori”
C’è anche un altro elemento, più disturbante:
il narcisismo difensivo.
In alcuni soggetti la tragedia altrui diventa l’occasione per:
• sentirsi superiori,
• moralmente ineccepibili,
• genitori perfetti,
• individui “che sanno come si fa”.
È un modo per dire:
“Io valgo perché tu hai sbagliato.”
Ma quando il confronto è con ragazzi morti o famiglie devastate, questo bisogno di superiorità rivela una cosa sola:
un’enorme povertà emotiva.
La verità scomoda
La verità che fa paura è questa:
• In emergenza il cervello può bloccarsi.
• In gruppo le reazioni non sono razionali.
• I genitori non sono onnipotenti.
• Il rischio zero non esiste.
• La morte non è meritocratica.
E allora sì:
è molto più facile puntare il dito
che guardare in faccia la fragilità umana.
Chi colpevolizza le vittime non sta spiegando il mondo.
Sta solo cercando di difendersene.
Ma farlo sulla pelle di ragazzi morti e genitori distrutti
non è lucidità.
È disumanizzazione.
E quando perdiamo la capacità di riconoscere l’innocenza del dolore altrui,
il problema non è più la tragedia.
Il problema siamo noi.
15/01/2026
Meditate gente!
Per soffocare in anticipo ogni rivolta, non bisogna farlo in modo violento. I metodi come quelli di Hi**er sono superati. Basta creare un condizionamento collettivo così potente che l’idea stessa di rivolta non verrà nemmeno più in mente agli uomini. L’ideale sarebbe formattare gli individui fin dalla nascita limitando le loro abilità biologiche innate. In secondo luogo, si prosegue il condizionamento riducendo drasticamente l’istruzione, per riportarla ad una forma di inserimento professionale. Un individuo ignorante ha solo un orizzonte di pensiero limitato e più il suo pensiero è limitato a preoccupazioni mediocri, meno può ribellarsi. L’accesso alla conoscenza deve diventare sempre più difficile ed elitario, il divario tra il popolo e la scienza deve aumentare, l’informazione destinata al grande pubblico anestetizzata da qualsiasi contenuto sovversivo.
Soprattutto niente filosofia. Ancora una volta bisogna usare persuasione e non la violenza diretta: attraverso la televisione si diffonderanno intrattenimento lusinghiero, sempre più lusinghiero, emotivo o istintivo. Occuperemo gli spiriti con ciò che è inutile e divertente. È buono, in una chiacchierata e in una musica incessante, impedire che la mente pensi. Metteremo la sessualità in prima fila tra gli interessi umani, come tranquillante sociale non c’è niente di meglio.
Si farà in modo di bandire la serietà dell’esistenza, di girare in derisione tutto ciò che ha un valore elevato, di mantenere una costante apologia della leggerezza, in modo che l’euforia della pubblicità diventi lo standard della felicità umana e il modello della libertà. Il condizionamento produrrà così da sé una tale integrazione, che l’unica paura – che bisognerà mantenere – sarà quella di essere esclusi dal sistema e quindi di non poter più accedere alle condizioni necessarie per la felicità.
L’uomo di massa, così prodotto, deve essere trattato come quello che è: un vitello, e deve essere sorvegliato come deve essere un gregge. Tutto ciò che permette di addormentare la sua lucidità è socialmente buono, ciò che minaccia di svegliarlo deve essere ridicolizzato, soffocato, combattuto. Qualsiasi dottrina che metta in discussione il sistema deve prima essere designata come sovversiva e terroristica e chi la sostiene dovrà poi essere trattato come tale.
[Günther Anders- filosofo tedesco, marito di Hannah Arendt, dal libro "L'uomo è antiquato" (1956)]
02/01/2026
La libertà non è affatto l'emancipazione da ogni vincolo, ma è essa stessa un vincolo che non possiamo recidere. Non c'è modo infatti di sottrarci alla sua condanna, non c'è modo di liberarci dalla libertà, poiché anche se ci ritraessimo di fronte all'impegno di una scelta, sceglieremmo di non scegliere, di non assumere nessun impegno, dunque non potremmo sfuggire alla condanna della libertà. Non è questo un riferimento sufficiente per smarcare la dottrina sartriana della libertà da ogni sua derivazione idealistica?
Dalla mia Prefazione a Jean-Paul Sartre, "L'essere e il nulla" (il Saggiatore, 2023), ora raccolta in "Passe-partout (2002-2025)" (Castelvecchi, 2025)
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